De Filippis

 

De Filippis-Delfico

 

(Teramo, 1820)

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Stemma famiglia De Filippis-Delfico, Teramo, 1820

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Delfico

(Napoli, sec. XVIII)

(Teramo, sec. XV)

Stemma famiglia De Filippis, Napoli, sec.XVIII

Stemma famiglia Delfico, Teramo, sec.XV

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La famiglia secondo Melchiorre Delfico:

saggio filosofico sul matrimonio

di Concetta Emilia Perri

 "Da che vi furono gli uomini vi fu sicuramente la morale, e dal tempo in cui le società ebbero degli individui capaci di meditare e di scrivere, i rapporti da’ quali sorge la morale incominciarono ad essere particolarmente studiati e considerati, e sotto varie forme e maniere ne furono pubblicati i risultati. Così sotto l’aspetto di apologhi o di favole, di proverbi, di parabole, di enimmi, di massime, e finalmente di trattati, ed in scientifiche forme la morale si vide successivamente comparire" (1).  

"La famiglia è una piccola società e la società non consistendo tanto nella riunione di più persone in un luogo, quanto nel riunire le azioni di più individui ad uno stesso fine" che "deve essere la conservazione ed il migliore essere di questa società, e perciò ciascuno deve dal canto suo contribuire a questo fine" sia con le azioni sia con l’affezione e l’amorevolezza, che si sviluppano in seno alla famiglia (2).

Questi pensieri contenuti in due frammenti manoscritti inediti di Melchiorre Delfico indicano quale sia l’ambito nel quale inserire il suo giovanile "Saggio filosofico sul Matrimonio", come del resto è affermato esplicitamente in una breve introduzione senza titolo, premessa all’opera stessa.  Il tema della famiglia  rientra nell’ambito della filosofia morale e nello stesso tempo fa parte della "situazione civile, alla quale in varia maniera tutti gli uomini partecipano". Delfico affronta l’argomento con spirito libero da ogni chiusura preconcetta, come si conviene ad un convinto illuminista, consapevole però che il suo discorso andrà ad urtare contro pregiudizi talmente radicati da essere "passati in assioma", diventati quasi delle verità inconfutabili.

La sua analisi vuole essere  oggettiva e spassionata, dettata non dall’interesse personale, ma dal desiderio di verità e basata sull’osservazione della realtà.  Egli si propone di difendere la famiglia, che considera "uno dei più preziosi doni della benefica mano della natura" (3)  e per farlo dice di non voler usare l’arte dell’eloquenza  con i suoi cavilli, ma unicamente la ragione.

Il punto di partenza dell’indagine riguarda la genesi della famiglia in generale e su quali elementi si fonda. Nella famiglia si sviluppano sentimenti quali l’amorevolezza e l’affezione, che ne sono anche la base e rappresentano il presupposto del primo bene della famiglia stessa, cioè la pace e la tranquillità.  All’interno di essa ciascun componente ha un ruolo e una pari dignità poiché "nell’unione ciascuno concorre allo scopo comune ma non allo stesso modo" (4)  .

Delfico si propone di dimostrare che la nascita della famiglia è dovuta ai bisogni propri dell’uomo, collegando così il suo discorso alle concezioni etiche di stampo utilitarista e materialista, professate da molti intellettuali europei.  In tale prospettiva i sentimenti vengono distinti in piacevoli o dolorosi: gli uomini preferiscono i primi e cercano di sfuggire ai secondi; ogni piacere è legato alla soddisfazione di bisogni, che sono naturali, ma si ampliano, migliorati o peggiorati, nella società (5). Inoltre i bisogni possono essere fisici o morali, anche questi "dipendenti dalla natura , e non dall’umano capriccio", e uno di questi è l’amore.

L’uomo ha bisogno d’amore così come ha bisogno di compagnia, perché i suoi numerosi e differenziati bisogni solo così possono trovare "una maggiore quantità di piacere per soddisfarli" (6). L’autore chiarisce che la molteplicità dei bisogni ha generato anche la possibilità dell’errore e del male. E’ importante questo chiarimento perché nel discorso del Saggio vengono confrontati e contrapposti due diversi modi di ricercare la felicità: quello del libertino, che ripudia ogni legame ed impegno, e quello del matrimonio in cui si realizza la continuità e la stabilità dei rapporti affettivi. Delfico vuole in via preliminare scalzare le superstizioni radicate secondo le quali il matrimonio sia un’istituzione negativa, che toglie all’uomo la libertà, mentre il celibato costituisce "il più degno omaggio che si facesse alla feconda natura" (7); per questo conduce una sottile analisi che, pur servendosi dell’osservazione e del ragionamento,  assume come nucleo centrale il sentimento dell’amore.

Gli affetti che uniscono le persone nascono da bisogni e piaceri, l’attaccamento si sviluppa fin dalla più tenera età in base alle risposte che l’individuo riceve dall’ambiente: il bambino risponde  con il sorriso e le carezze a tutti coloro che soddisfano i suoi bisogni e lo aiutano "nel suo stato di debolezza". Nell’età adulta  sorgono poi altri "sentimenti che accrescono la vita" anche se spesso non accompagnati da un senso di malinconia o di dolore: è l’amore che genera varie emozioni e sottomette il cuore umano "alla più dolce legislazione" da cui questo non si potrà più liberare. Delfico usa l’espressione "quando si ama, e si ama bene" (8) intendendo che il sentimento d’amore può dar luogo a uno stato di piacere quando la forza della passione è moderata da altri sentimenti e soprattutto dalla ragione, ma se la passione è smodata (senza moderazione) può diventare nociva all’individuo e alla società.  La prima specie di amore è designata con il termine di sentimento, che fugge i piaceri immediati e violenti, e ricerca invece piaceri vari e temperati che assicurano la felicità; insomma l’amore è visto come un sentimento reale e naturale: la natura nel darci dei bisogni richiede che questi siano soddisfatti.

Il discorso prosegue facendo riferimento alla società settecentesca, piuttosto libera e disinibita, che l’autore doveva conoscere bene: i bisogni naturali generano piaceri naturali, che possono essere soddisfatti anche senza contrarre legami duraturi, anzi per alcuni "il vincolo stretto e innaturale del matrimonio" rappresenta un sacrificio; e questo non lo dicono non solo gli uomini ma anche le donne. 

Ma chi sostiene che il matrimonio priva l’individuo della libertà, cosa intende con questa parola? Se la libertà è il potere di fare una cosa, essa si risolve nell’agire, la possibilità si attua nell’azione concreta; ma se l’uomo non si determinasse mai tramite l’azione, non realizzerebbe la sua libertà; dunque "il miglior uso della libertà è di poterla perdere per rendersi felice" (9). Infatti, come nella società  il passaggio dallo stato di natura a quello sociale comporta un limite alla libertà originaria, al fine di mantenere la pace e la sicurezza; allo stesso modo l’individuo che limita la propria libertà nel matrimonio, si impone delle obbligazioni, ma a fin di bene: "perdere questa libertà non significa altro, che il darsi gli ostacoli al male, il moderare gli eccessi" (10) e perciò di renderci felici insieme ad altri, in altre parole si perde una libertà per conquistarne una migliore. Occorre poi distinguere il tipo di dipendenza che si instaura: quella che deriva da cattive leggi è senz’altro negativa perché deriva dal pregiudizio e dall’errore, quella che deriva dalla natura è buona e utile, perché basata su rapporti comuni a tutto il genere umano in ogni tempo e in ogni luogo..

Il discorso di Delfico si incardina intorno all’amore, inteso come l’elemento che non solo non contrasta la ragione, anzi è il sentimento che armonizza i piaceri rendendoli continui nel tempo e armonizzandoli; in sostanza l’amore si identifica con "la sequela degli stessi sentimenti che nascono da rapporti costanti" (11)  Il filosofo constata che spesso si vedono delle unioni che naufragano, ma ciò secondo lui non dipende dalla natura del sentimento, ma da un falso disinganno delle passioni o da una educazione corrotta.  Il sentimento che nasce da una continua ricerca di sfuggire alla noia e cambia oggetto continuamente non è amore, ma qualcosa di diverso, quasi una degenerazione dell’amore, come si evince dagli effetti: il vero amore è "un sentimento naturale modificato dalla società", che genera piacere; mentre se ci si allontana dallo stato naturale e si segue una libertà assoluta l’individuo affida la sua felicità a vincoli superflui, derivanti dalle leggi, e all’educazione "che guasta i cuori rendendoli finti e disabusati".  I libertini che decantano i piaceri dell’amore libero conducono una vita priva di naturale affezione, in solitudine, inutili a se stessi e agli altri, le loro sono vite che "da un falso brillante incorniciate celano degli errori funesti per l’umanità" ; viceversa colui che cerca i piaceri del matrimonio, colui che ha messo ordine nelle sue idee e nei suoi sentimenti, prepara per sé un futuro in cui anche in età avanzata potrà godere di "una feconda messe di utili e sensibili piaceri" e si presenterà amabile e ricco "di tratti piacevoli e virtuosi". Tali affermazioni richiamano la figura di don Giovanni: l’uomo estetico che vive nell’istante, che vive una vita superficiale, dedito a numerose avventure, passando dall’una all’altra senza mai trovare una durevole soddisfazione (12).  Il filosofo teramano ritiene che la natura impone "leggi certe ed invariabili" sia sul piano fisico che sul piano morale, perciò, dato che il fine dell’agire morale è la ricerca della felicità, per capire come l’uomo può raggiungerla, bisogna studiare la natura umana per individuare cosa spinge l’individuo a vivere in società.  Facendo proprie le concezioni classiche e giusnaturalistiche sulla naturale socievolezza dell’uomo, egli sostiene che l’individuo è spinto a vivere in società dalla natura; ciascuno adopera le proprie energie per raggiungere il proprio benessere, ma non le spende tutte: il surplus di sensibilità produce l’amore, l’amicizia, e ogni altra forma di affetto e attaccamento. ".. E’ questo soprappiù che ci fa amare noi stessi negli altri, e che estende in una certa maniera la sfera della nostra esistenza …Questa è la base, e il fondamento del matrimonio, e questo ne forma la sua continuazione e perpetuità" (13). 

Nel sentimento d’amore le relazioni fra due persone si moltiplicano, formando un insieme di sentimenti su cui si fonda la felicità. In tal modo si modifica anche la sensibilità che è alla base del piacere e del dolore.  Perciò il segreto della felicità consiste non nel dispendio di energie e di sensibilità del libertino, ma nella "giusta economia della sensibilità", che non proietta all’esterno l’individuo, ma armonizza in lui sentimenti gradevoli, piaceri e immaginazione. Al contrario coloro che hanno "consumato la loro sensibilità, sono obbligati a prenderne la maschera, e quindi si forma un traffico di finti sentimenti" che stanno alla base della galanteria. Il libertino è qualcuno che non sa amare, che non prende su di sé i vincoli e per questo non gli costa nulla romperli.

Alcuni filosofi non riconoscono il valore del sentimento dell’amore e vi sostituiscono l’amicizia, come una specie di surrogato, ma si tratta di sentimenti completamente diversi e difficilmente l’amicizia produce quello che Delfico definisce attaccamento stabile e vero.

L’uomo ha bisogno di amare ed essere amato, cioè di compagnia. L’amore è un elemento morale necessario alla vita come l’aria; ora, l’amore può essere di due specie, quello coniugale e l’amicizia. Ma sebbene l’amicizia sia molto importante per l’individuo, non è però sufficiente a renderlo felice; essa è difficile da contrarre e da mantenere perché si basa solo sulla virtù.

Vi è una sorta di affezione che assomma i tratti dell’amore e dell’amicizia, compendia la solidità e la delicatezza ed è alla base di un insieme di sentimenti che costituiscono l’affezione coniugale. Nell’amore non vi è solo l’elemento morale, ma anche quello fisico: la virtù si accompagna al piacere, poiché in esso si trovano sensazioni e sentimenti gradevoli, che nascono tra i coniugi. Ottimista, ma anche realista, Delfico riconosce che la felicità assoluta non è raggiungibile , ma afferma che non può esservi nessuna felicità al di fuori dello stato matrimoniale e della famiglia, e la famiglia è una forma di società, che nasce per sopperire ai bisogni della natura umana e si realizza in una unione che non solo garantisce i vantaggi propri della società, ma si arricchisce continuamente di piaceri e virtù, così che "si deve … riputare il più nobile e il più sacro legame dei cuori, legame nel quale i doveri e le obbligazioni  si trasformano nella più delicata voluttà, che non produce la noia e non diminuisce il piacere". Ma se non vi è la disponibilità ad accettare anche i faticosi doveri che ne conseguono, allora vi saranno padri snaturati e figli privi di ogni sentimento.  Invece quando i doveri si accordano con i sentimenti, i piaceri convergono verso la virtù, gli ostacoli sono superati e si ottengono la pace e la tranquillità.

Un aspetto molto dibattuto è il ruolo dei sessi nel matrimonio. Sulle evidenti differenze si basano i diversi punti di vista a proposito della superiorità o inferiorità dell’uno rispetto all’altro. Le dispute hanno generato "tante contraddizioni" e "tanti pregiudizi che ci allontanano dalla verità, dalla ragione e dalla felicità" (14).

Se riflettiamo sull’origine delle qualità morali dell’uomo troviamo che esse nascono unicamente dalle leggi e dall’educazione, e di conseguenza sono queste la causa delle idee, dei sentimenti e delle passioni. Secondo l’autore la legge deve perseguire innanzi tutto l’eguaglianza giuridica, la quale consiste nella possibilità di esercitare la libertà e i diritti che spettano per natura a ciascun  individuo. Questa concezione dell’eguaglianza è diversa rispetto a quella di Rousseau, anche se entrambi condividono la condanna delle disuguaglianze sociali. Ma per Delfico le disuguaglianze sociali si evidenziano anche all’interno della famiglia, dove sono legate all’appartenenza sessuale: uomini e donne sono differenti sul piano fisico, ma ciò non implica differenze naturali, bensì solo sociali. "La femmina in ciò che non riguarda il sesso è come un uomo. Ha gli stessi .. bisogni, le stesse facoltà … è cosciente nella stessa guisa .. la figura è simile ed in  un qualunque rapporto vogliasi considerare non differiscono tra loro che del più e del meno" (15) 

Le leggi sono fondamentali poiché in esse si fonda il costume delle nazioni. Ora, chi ha il potere determina il comportamento di chi è soggetto, ma poiché nella società gli uomini detengono il potere, bisogna riconoscere che le donne hanno lo stato e il ruolo che è stato loro attribuito dagli uomini.  Perciò quelli che vengono considerati difetti o manchevolezze delle donne non sono altro che effetti dei vizi degli uomini, anzi sono frutto di quella male intesa superiorità che rende dipendente il sesso femminile.

Si rimprovera alle donne la frivolezza e il desiderio di piacere, ma se esse fingono per rendersi gradevoli e nascondono le loro qualità naturali, gli uomini devono accusare solo se stessi; infatti se essi si fanno beffe della sincerità e dell’ingenuità, se giudicano sciocca l’espressione della naturale sensibilità femminile, se le donne si abituano a cambiare se stesse seguendo le mode, ciò dipende da antichi pregiudizi rafforzati dal comportamento degli uomini.

Per il legame coniugale sono negativi anche altri elementi, come il lusso. Il discorso sul lusso riguarda sia la società sia la famiglia, infatti se lo consideriamo sotto l’aspetto economico esso non è un incentivo alla produzione e alla ricchezza, come ritengono alcuni economisti, ma fonte di ozio, frivolezza e corruzione, e in  sostanza la causa di profonde differenze fra gli uomini. La ricerca del lusso secondo l’autore distoglie energie dalla cura per l’utilità pubblica.  Ma il lusso, oltre ad essere alla base delle frivolezze di buona parte della popolazione, facendo "nascere nei cuori degli individui quell’inquietudine, che proviene dalla mancanza di occupazione", provoca il disastro dell’unione matrimoniale (16) 

Quanto all’educazione tradizionale, essa è del tutto negativa in quanto assoggetta i fanciulli all’obbedienza, rendendoli dipendenti dalla volontà altrui, caricandoli di doveri inutili e sottomettendoli ad esempi di dispotismo che essi in seguito prenderanno a modello e guida del loro comportamento. Ciò vale anche nei confronti delle donne: gli uomini mentre si convincono della loro superiorità credono che la bellezza delle donne non possa accordarsi né con ragione né con la virtù; sicché impongono ad esse fin dall’infanzia inutili doveri, mentre  trascurano di coltivare le loro naturali qualità positive e invece incoraggiano quelle contraddittorie e "disgustose" che le spingono verso il falso piacere della moda e del capriccio.

Ma la natura femminile, nonostante tali condizionamenti, dà buone prove di sé; Delfico afferma  "in mezzo alla generale corruzione dei costumi io trovo più di buone mogli, che di buoni mariti" (17), poiché alla cattiva educazione in loro fanno da contrappeso le virtù domestiche. Alla base di tali virtù vi sono dei sentimenti molto vivi nelle donne, tanto che sembrano derivare loro dall’istinto, mentre dipendono solo dall’educazione, che ha esercitato di più un certo tipo di impressioni e ha sviluppato in loro una "delicata sensibilità".

Delfico dimostra di avere un’alta considerazione delle donne, delle quali fa un elogio sentito e senza riserve; secondo lui se hanno ricevuto una buona educazione possiedono talenti e meriti maggiori degli uomini, anzi ciò che le distingue in  positivo è che le loro qualità sono accompagnate da un a grazia naturale. Molto interessante l’espressione usata a proposito dell’educazione, quando afferma che alcune donne hanno avuto per fortuna una buona educazione, ma in alcuni casi "sono state sì felici per darsela da sé" (18): con ciò afferma non solo che le donne possono ricevere e mettere a frutto l’educazione, ma che sono capaci di autoeducarsi, il che è possibile solo se possiedono l’intelligenza e la volontà in  grado elevato..  Tuttavia le buone qualità delle donne sono volte a loro danno da una cattiva educazione: così la delicatezza diventa sfinimento, la sensibilità le rende succubi degli ingannatori, l’immaginazione le fa diventare fantastiche e capricciose, la vivacità delle passioni le rende eccessive.  Ma Delfico sostiene, ottimisticamente, che tali difetti si possono correggere nel matrimonio, se c’è vero e profondo affetto tra i coniugi piano piano si ristabilirà "l’integrità necessaria all’unione coniugale". 

Il discorso di Delfico può sembrare troppo settoriale o particolaristico se non si coglie lo stretto legame da lui stabilito fra la società e la famiglia: questa è una costituente fondamentale della prima, la sede in cui si formano i cittadini.  "I costumi non nascono che nel seno della famiglia, e le famiglie non si formano che per i matrimoni" . I matrimoni, però, non sono dei contratti finalizzati all’interesse, né possono reggersi sull’indifferenza o su un qualche "passeggero diletto", ma hanno bisogno di fondarsi sui sentimenti, sugli affetti del cuore, che possono poi estendersi "utilmente" alla vita privata e pubblica.  Vale a dire che se uno non è un  buon figlio, non potrà essere buono sposo e buon padre, perché i rapporti familiari formano come una catena che, se fosse spezzata, non produrrebbe nessun vantaggio alla società.  Dunque se si vuole che nell’ambito della famiglia ciascuno adempia i doveri legati al proprio ruolo occorre educare a ciò sia gli uomini che le donne, altrimenti le unioni coniugali non potranno perseguire i fini prescritti dalla natura e voluti dagli uomini "da bene".

È importante notare  come sia messa in  evidenza la necessità  di educare alla vita  matrimoniale uomini e donne, e ancor più interessante l’espressione che viene usata per indicare le donne: "la metà della specie sensibile"  (oggi diciamo: l’altra metà del cielo); ancora possiamo sottolineare la modernità dell’affermazione che il matrimonio può essere felice solo se  si regge sui vincoli dell’amore (non sul gusto, la fantasia, il capriccio)

Per comprendere tale concezione occorre rifarsi alla prospettiva filosofica generale dell’autore, secondo cui le concezioni morali nascono nella società e per la società e l’individuo impara a distinguere ciò che è buono e ciò che non lo è in rapporto all’utile e in vista del raggiungimento della felicità.  La molla dell’azione è da ricercare nell’intimo bisogno che agendo cerchiamo di soddisfare: essa poi sarà buona o cattiva a seconda della sua conformità alla legge razionale, che è poi la legge di natura.  Il fondamento della virtù è da ricercare nella capacità dell’uomo di frenare i propri istinti e desideri e seguire le indicazioni della ragione che lo guida verso il meglio.  Non si tratta dell’ideale rigoristico della virtù come mortificazione dei bisogni e dei desideri naturali, ma della ricerca di un interesse personale che si accordi con quello generale in un equilibrio di razionalità e sentimento. La felicità non può consistere nel piacere smodato, perseguito dai libertini,  ma in un piacere che potremo definire "catastematico", capace di portare pace e serenità, che permea la vita di tutti i giorni e conferisce una felicità duratura.   Ma la moderazione degli impulsi non si ottiene spontaneamente, anzi è frutto di educazione e disciplina spirituale. I matrimoni che si basano su altri presupposti risultano in genere poco riusciti e poco felici.  Ciò accade quando ci si sposa o attratti dalla bellezza esteriore, o per il casato: in questi casi la "povera giovane" viene sacrificata al capriccio di qualcuno che non l’ama e che lei non potrà amare.  Se dunque i matrimoni sono infelici non dipende dalle donne, ma dall’abuso di potere dell’uomo e dalla sua mancanza di educazione. 

La maggior parte degli uomini affronta il matrimonio con un senso di disinganno e spregiudicatezza, vale a dire con pregiudizio, poiché la loro sensibilità si è consumata nel libertinismo, che tentano di camuffare assumendo un atteggiamento severo, ma le donne capiscono subito qual è la loro natura.  Altri assumono un  atteggiamento sdolcinato e galante, che disgusta le donne migliori (più dotate di buon gusto). Alcuni poi mantengono un atteggiamento indifferente, al quale la donna corrisponde con altrettanta indifferenza.  Altri assumono un’aria di arroganza, cercando umiliare le loro donne tanto da portarle a non avere più stima di loro stesse.

Delfico ha molta fiducia nell’essere umano perché conclude questa carrellata di mariti tipici affermando che pensa non vi siano più "i brutali", forse perché secondo lui i lumi della ragione possono trasformare gli uomini, togliendo loro tutte le tendenze aggressive (animalesche).

Allora, a fronte degli elementi che rendono precario e infelice un matrimonio vengono delineate le cause di un matrimonio duraturo e felice. Un’unione è felice se il rapporto fra i coniugi è ispirato alla "delicata tenerezza", alla stima reciproca che anima il loro affetto, alla comprensione (amichevole compatimento) che non contrasta con l’assolvimento dei doveri e costituisce  il più saldo cemento dell’unione, alla confidenza reciproca, che sta alla base della familiarità "virtù tanto rara e tanto necessaria fra gli uomini", alle cure reciproche.

Delfico non è "femminista" nel senso che intendiamo oggi, infatti sostiene che la natura ha reso la donna dipendente dall’uomo sul piano fisico, mentre ha reso questo dipendente moralmente dalla donna, e proprio per questo riconosce che "la natura e l’educazione han dato agli uomini una certa superiorità su l’altra metà della nostra specie", anche se sostiene che l’autorità va sempre usata a vantaggio di coloro che  vi sono sottomessi. Si tratta di "illuminare le donne su la verità dei loro interessi" e fare in modo che possano scorgere le conseguenze positive delle diverse situazioni affinché si conformino a quelle azioni e adempiano ai doveri che sono il bene della loro vita. Ma la sua concezione dell’eguaglianza lo spinge a insistere sulla reciprocità; i sentimenti devono essere reciproci così "l’amore e l’abitudine fanno perdere il senso della dipendenza" mentre si mantiene l’uguaglianza di diritti e doveri.  Chi ritiene che una situazione del genere non si possa realizzare è un  debole e ha un  cuore corrotto.  Richiamandosi alle premesse sensistiche della sua concezione morale, il filosofo ammette il bisogno naturale dell’uomo alla compagnia, all’amicizia e  alla familiarità, ma ritiene che spesso egli fa di tutto per soddisfare i suoi bisogni materiali senza curarsi di quelli durevoli; tali sono quelli che si trovano nell’ambito della famiglia, che "si rinnovano ogni giorno e che divengono più sensibili nella loro durata".  Colui che non apprezza tali piaceri e ha idee negative sul matrimonio, è vittima della corruzione dei costumi, infatti la società civile con il progresso sociale è tanto decaduta da non riuscire più a vedere il matrimonio come un piacevole vincolo naturale, da non riuscire più ad apprezzare una condizione tanto naturale quanto gradevole.

L’opera delficina è un vero inno ai piaceri della famiglia, che vanno al di là del livello fisico, diventando dei veri piaceri morali.  I piaceri sono resi buoni dalla moralità, una moralità generata dagli affetti molteplici (i rapporti del cuore) che uniscono due persone  nelle più svariate circostanze della vita; due persone che vivono insieme per amarsi, per dare la vita ad altri esseri e rinnovarsi attraverso i loro sentimenti.  Tali piaceri generano  poi dei doveri, proporzionati all’utile da cui nascono.  E se anche la vita coniugale comporta delle responsabilità e delle fatiche, vale la pena accettare un qualche sacrificio "per vivere  in uno stato dove solo la felicità virtuosa, o la felice virtù si può trovare" (19)

Secondo l’autore gli ostacoli che gli uomini incontrano nel matrimonio sono di due specie: il sesso e le cattive leggi. 

I difetti del "bel sesso", sono principalmente la vanità, il capriccio e l’abuso dell’inclinazione al piacere; questi nascono dall’abuso delle qualità positive femminili. La vanità è presente nella donna come difetto e nell’uomo come vizio, e il difetto è "alimentato dalle adulazioni dei galanti".  Il capriccio dipende dal comportamento degli uomini.  L’inclinazione eccessiva al piacere, che porta all’infedeltà, deriva dall’esempio del libertinaggio. Delfico ammette che potrebbero esservi altri difetti oltre a questi, ma se l’uomo è capace di ascoltare il proprio cuore, può facilmente rimediarvi, facendo emergere nelle donne "le buone qualità originarie" (20). Allo stesso modo anche la vanità può essere convertita  in  una virtù e in principio di saggezza.

Per quanto riguarda i capricci che rendono le donne sensibili e irritabili,  e consistono nella  mancanza di ragione nei piccoli oggetti della vita, essi sono dovuti all’educazione e si manifestano quando le donne sono trattate con superiorità e disprezzo dagli uomini e non vengono apprezzate per le loro riflessioni , cioè per le loro qualità intellettuali;  così dipendono dalla cattiva direzione delle qualità femminili, mentre l’abuso del desiderio di piacere deriva dalla corruzione dei costumi o dal fatto che i coniugi sono male assortiti. Ma il libertinaggio e la dissoluzione sono propri degli uomini, non delle donne, e comunque tutti i vizi dipendono dalla sregolatezza, e i rapporti sregolati portano alla rovina delle unioni  o al loro decadimento.

Altra difficoltà è rappresentata dalla legge: quando la legge civile ostacola le inclinazioni che nascono da rapporti veri e naturali e vi sostituisce quelli dell’opinione, nascono il vizio e la corruzione. Ciò capita nel matrimonio fra persone che non si amano, per esempio per la differenza d’età; oppure nel caso in cui le leggi favoriscono il celibato, in quanto sanciscono la disuguaglianza della proprietà e aumentano i bisogni del lusso (cosa che scoraggia il matrimonio); o ancora quando l’osservanza delle leggi è così difficile da incentivare la trasgressione. La conclusione è che l’individuo è spinto alla corruzione e alla dissolutezza dall’educazione e dalle circostanze in cui vive, senza contare che di fronte alle stesse circostanze non tutti reagiscono allo stesso modo; ma se la formazione morale fosse impostata meglio, gli individui troverebbero di più la forza per reagire  a una cattiva educazione.

Quando avviene che i coniugi si stancano dei vincoli matrimoniali ciò avviene o per disgusto dell’altra persona o per disgusto  della vita che un o di essi è costretto a condurre.  Il disgusto per la persona avviene in genere a causa di una precedente corruzione, e la corruzione, secondo l’autore, è sempre degli uomini, poiché i loro piaceri amorosi e i loro atteggiamenti superficiali impediscono la nascita di veri e profondi affetti. In seguito dal disgusto per la persona si passa al disgusto per lo stato matrimoniale. Eppure la condizione coniugale è più gravosa per le donne che per gli uomini, e i loro doveri sono pesanti e difficili da sopportare; perciò sarebbero necessari molti riguardi per far sì che esse continuino nel tempo ad assolverli.

Le differenze fisiche dei sessi sono determinate dalla funzione della maternità e dalla prima educazione della prole, affidata alle donne.  Tali funzioni rendono accettabili e amabili i loro doveri, trasformandoli in piaceri; il marito "onesto" deve cercare di alleviare e addolcire tali doveri.

In questa opera la figura dell’uomo è esaminata soprattutto in rapporto alla vita coniugale e alla moglie non tanto con riferimento ai figli o alla cerchia sociale, per cui l’uomo è visto essenzialmente come marito.

Vi è un breve passaggio dove Delfico considera il ruolo di padre e si chiede: "Perché i padri amano i figli?".  Il rapporto padre-figlio, però, non viene analizzato a fondo; egli dice di non volerlo esplorare fino in fondo né di voler ricercare perché a volte i padri non amino i figli;  ma si sofferma brevemente sul piacere che l’uomo prova di fronte alla paternità, piacere che non diminuisce con il crescere della prole, anzi si accresce nella virtù e nella consapevolezza di aver dato la vita ad altri esseri.  Ma per apprezzare questi grandi piaceri bisogna avere "un cuore puro e lontano da ogni corruzione" (21)

Un elemento fondamentale della vita coniugale è la fedeltà. A questo proposito l’autore afferma che l’infedeltà dell’uomo non autorizza quella della donna; tuttavia quando tratta della fedeltà coniugale ritiene che debba essere di entrambi poiché costituisce la base del costume, mentre l’infedeltà "è l’infrazione del più sacro vincolo sociale, è la causa principale di ogni corruzione, è fonte di delitti di ogni sorta" (22). Ma se gli uomini sono la cagione di questi mali, essi, che pretendono amore e fedeltà, debbono essere i custodi della fedeltà delle donne, non alla maniera dei barbari (con la costrizione e la violenza), ma con le cure e l’amore per le loro compagne; anzi la condizione prima perché una donna pratichi la virtù è che abbia davanti un esempio di vita e un modello di costume adeguato.

Certo una felicità fatta di piaceri semplici e naturali non risulta gradita a quegli uomini che vivono nel vizio e nella scostumatezza, i quali non sanno adattarsi alla moderazione e ai bisogni naturali, ma sono sempre avidi di piaceri. D’altra parte una donna che sia lasciata nella solitudine, come accade quando il marito è troppo impegnato nelle attività esterne (economiche, politiche, culturali, ecc.), si abbandona facilmente alla frivolezza e alle piccinerie e restringe la sfera delle sue idee, oppure cercherà compenso nella compagnia di altri uomini. Per questo è necessario considerare il problema dell’educazione delle donne come parte della vita domestica. Le donne non devono essere lasciate troppo sole perché la solitudine è causa di decadenza morale, ma in alcuni casi può essere opportuno riservare loro alcuni momenti di solitudine per lasciare spazio al raccoglimento, al chiarimento di sé, per un progressivo miglioramento di sé.

Dal momento che sono suscettibili di miglioramento possono ricevere anche un’istruzione nelle scienze; magari non nell’astronomia e nella metafisica (non sono necessarie), ma di scienze applicate ai bisogni della vita: il disegno, per affinare il gusto del bello; ma soprattutto la morale che è la base di ogni educazione. Una donna così istruita può vivere sia da sola che in compagnia e non si abbandonerà alla maldicenza. Dare educazione alle donne non vuol dire  corrompere i costumi, come ritengono i conservatori, Anzi proprio l’educazione fa sì che esse possano essere  custodi della virtù senza essere  costrette in una "clausura domestica" (23); infatti nella libertà potranno sopportare meglio i loro doveri e in tal modo sarebbe eliminato dalla moderna società ogni residuo di barbarie.  Certamente il ruolo di madre comporta dei doveri, oltre ai rapporti affettivi, ma se le donne coltiveranno il loro spirito, per loro sarà più facile e piacevole dedicarsi a tali mansioni.

Le affermazioni di Delfico non sembrano ai nostri occhi molto rivoluzionarie, anzi ci appaiono quasi conservatrici e sicuramente un po’ paternalistiche: alla donna si riconosce la libertà, ma la sua specificità rimane sempre quella legata alle sue caratteristiche e funzioni fisiche: mettere al mondo i figli e allevarli, anche perché il suo intento non è quello di operare un riscatto dell’universo femminile, quanto piuttosto di vedere quali sono gli elementi costitutivi della famiglia e come sia possibile al suo interno raggiungere il massimo benessere per i suoi componenti, e tale fine è individuato nella creazione di una famiglia basata sul matrimonio, ma intendendo questo non come un contratto finalizzato alla convenienza bensì come un legame unicamente affettivo. In questo ambito i ruoli sono distinti e definiti, anche se viene messa in discussione la tradizionale immagine dell’uomo come padrone e dominatore dei suoi familiari. D’altra parte un convinto sostenitore dei lumi della ragione non può non mettere in discussione tutti quei comportamenti che nascono dal pregiudizio e dall’oscurantismo, anche psicologico.

Una concezione della parità assoluta non è presente né ipotizzabile. Del resto lo stesso filosofo riconosce  che non intende stravolgere i ruoli e le funzioni nella famiglia, ma auspica piuttosto che le donne acquistino le qualità intellettuali che possono accordarsi con le anime sensibili e virtuose. Ciò perché "la bellezza delle nazioni non dipende tanto dal fisico, che dal morale, ed è il morale che modifica il fisico" (24). Insomma solo quando le donne avranno sviluppato le loro qualità sarà raggiunta almeno la metà della felicità consentita al genere umano.

La vita domestica è fatta di sentimenti e di doveri, e nell’equilibrio di essi consiste la felicità di questa condizione; perciò bisogna  aver cura che le difficoltà non distruggano i sentimenti dell’amore. Se le donne si sovraccaricano  di doveri e questi sono resi sempre più pesanti, esse saranno portate a cedere ai difetti più negativi, perché costrette a condurre una vita di pene senza nessun piacere. La morale finora ha prescritto solo doveri, ma secondo Delfico "nel dizionario della virtù" questo termine dovrà essere sostituito con quello di sentimento. I sentimenti possono rendere gli uomini felici e giusti, dunque se l’amore è un sentimento dà felicità mentre quando diventa un dovere non è più amore. Inoltre l’amore che nasce dal cuore si conserva facilmente, mentre quando è basato sull’esteriorità muore subito.

Spesso si critica l’abitudine, che nasce nel matrimonio, ma per Delfico lungi dall’essere un elemento negativo è un aiuto per i doveri e per i sentimenti; nella vita coniugale l’amore non può mantenersi sempre con la stessa intensità iniziale e si attenua, ma l’indebolimento è compensato dall’abitudine ad amarsi, dal  piacere della compagnia dell’altro, dalla comunione di gusti e sentimenti, che rendono i coniugi parti della stessa realtà: in tale unione d’amore e d’idee risiede la dolcezza della vita.   Su famiglie di questo tipo si fonda la società in cui si rispettano le leggi, anche se lo stesso autore riconosce che la vita nel secolo XVIII sembra "troppo lontana da questa consolante situazione". Egli sa bene che il suo discorso non riguarda la società dei suoi tempi, in cui gli affetti domestici vengono respinti con grave danno della famiglia e con l’effetto della trascuratezza dell’educazione e quindi la scostumatezza , ma ribadisce  che solo in seno alle mura domestiche possono nascere felicità e virtù e che la famiglia è la culla del costume e della ragione.

Delfico insiste molto sul sentimento dell’amore che indirizza i coniugi verso un fine comune ed è la causa della felicità di entrambi, nella sintesi di piacere e virtù, in quanto "il fisico serve d’appoggio e di richiamo al morale" (25).  Concezioni di questo tipo sono sicuramente ispirate a un a morale di tipo sensistico, ma questo non significa che l’autore propenda per un materialismo negatore dello spirito, anzi proprio in seguito a critiche rivoltegli in tal senso sente il bisogno di precisare la stretta connessione di corpo e spirito.

Nel matrimonio sentimenti gradevoli si succedono in modo da allontanare la corruzione, e la vita si svolge nella tranquillità, lontana dalla noia e dalla sazietà. Del resto anche in un  frammento manoscritto il filosofo afferma che il primo bene di una famiglia è la pace e la tranquillità (26). Insomma la vita dei coniugi che vivono nella concordia, cioè che sono guidati dall’amore, dalla ragione e dalla virtù, non è paragonabile al celibato, del quale è infinitamente migliore.

Nelle unioni non riuscite il difetto dipende dagli uomini che, avendo ricevuto un’educazione, dovrebbero essere più ragionevoli e più virtuosi delle donne; ma essi il più delle volte sono guidati dal capriccio e dalla vanità. Non si può determinare se vi siano più donne o più uomini virtuosi, ma sicuramente le donne manifestano maggiore disposizione alla virtù. 

Criticando la posizione di Rousseau, che considerava il matrimonio adatto solo agli sciocchi o ai birbanti, Delfico sostiene che vi sono unioni virtuose e felici in campagna e in città, e in tutte le diverse città dell’Europa; non solo, ma la dimostrazione che il matrimonio favorisce lo sviluppo delle inclinazioni virtuose è dato dall’evidente cambiamento di molti individui dopo le nozze. Lo scenario che fa da sfondo a questo discorso è la concezione che il matrimonio è un vincolo naturale, nel quale i due coniugi, e in particolare la donna, quando uniscono la ragione alla virtù e si servono della loro naturale sensibilità, costituiscono un ristoro alla vita.  La loro attività in favore della famiglia e specialmente dei figli, manifesta un quadro di bellezza assai superiore a quello delle dame ben curate, annoiate ed insoddisfatte, dedite ad una "insipida toletta". Quando uomini e donne si allontanano dalla ricerca dei piaceri naturali, distruggono le originarie disposizioni al bene e conducono una vita "disgustosa" e moralmente corrotta. Insomma la strada della natura è quella della virtù che porta alla felicità, e questa si raggiunge prima di tutto nello stato matrimoniale, uno stato che è principio dei beni per l’individuo e per la società..

Purtroppo l’amore coniugale incontra un ostacolo molto grave , la gelosia. La passione dell’amore, esclusiva e tumultuosa, di per sé non genera durata, anche perché si basa  sulla gelosia e sul sospetto: l’amore come passione violenta non  si accorda  con "una lunga durata", ma è mutevole e instabile, generando spesso disgrazie e infelicità.  Il matrimonio, viceversa, è un legame sacro che si nutre "della ragione e della virtù"; ma ragione e virtù sebbene siano necessarie non bastano per raggiungere la felicità nel matrimonio; la felicità è una sorta di "sintesi a priori" tra sentimento e ragione: al primo, mutevole e momentaneo, la ragione conferisce stabilità, mentre la molteplicità della sensibilità "rompe la monotonia della ragione". In tal modo si ottiene il massimo di felicità consentito agli uomini (27). 

La gelosia è una corruzione dell’amore ed è una delle più gravi disgrazie per i sentimenti: soffoca la tranquillità e la pace, i sentimenti sociali  e tutti i sentimenti che inducono all’unione, trasformandoli in odio e dispetto; alimentata dal furore non sente più la voce della ragione e può addirittura sfociare nel sangue.

Nelle orribili azioni  dei gelosi si esprime  la più crudele barbarie, opposta alla delicatezza del sentimento d’amore, provocando in chi ne è l’oggetto  avvilimento, timore e indifferenza.  La gelosia è tanto più dannosa in quanto non vi è modo di estirparla una volta che si sia impadronita del cuore di qualcuno.  Essa si vede poco nelle unioni umili perché queste sono più libere  e si basano sull’amore, e inoltre perché i coniugi sono più simili fra di loro, specialmente per quanto riguarda l’età; mentre i matrimoni dei ceti superiori non essendo spesso motivati dal sentimento ma da altri elementi uniscono spesso persone molto diverse fra loro, in particolare vi sono grandi differenze d’età.  Delfico pensa che questo sia un grande difetto, perché non si deve mai andare contro i dettami della natura e formare delle unioni scombinate, dove "le colombe di Venere [sono] sacrificate ad un antico Saturno", ma anzi l’età avanzata deve farsi rispettare  per la giustezza delle sue idee e sentimenti, senza cercare un’unione "ripugnante alla natura" e destinata all’infelicità, perché difficilmente in queste unioni si può trovare comunione di cuore e di educazione.

Comunque il dare regole alla morale rientra nella teoria dell’educazione. Tutti gli uomini sentono, ma la sensibilità può essere bene indirizzata o fuorviata dall’educazione. Un giovane bene educato non sbaglierà nella scelta del cuore e cercherà quella che è conforme al suo. "I cuori non si scelgono, ma s’incontrano", però non si possono incontrare se vi sono differenze troppo grandi di educazione (28).

Un aspetto dello stato matrimoniale che è stato affrontato molto spesso da filosofi, per negarne o affermarne la validità e l’utilità, è il divorzio.

I sostenitori assumono come punto di partenza la difesa della libertà; contro di essi Delfico afferma che abbandonare un sentimento che ha portato ad affrontare il matrimonio, significa ammette di non averlo mai provato veramente, dal momento che, secondo lui,  l’amore è un sentimento stabile e duraturo e amare temporaneamente è contrario ai rapporti dai quali si genera l’amore stesso. 

Il suo ragionamento cerca di ricondurre la concezione dell’amore durevole alla dottrina utilitaristica, che sta alla base della sua concezione del matrimonio, inteso come risposta a dei bisogni. Perciò spiega che ogni sentimento ha delle leggi proprie, che lo distinguono da ogni altro, così anche l’amore, e il codice dell’amore poggia sui principi della natura.  L’amore nasce da un bisogno e il bisogno non è momentaneo; ora il bisogno che genera l’amore si presenta frequentemente, per questo, e anche per la dolcezza che lo accompagna, per poter durare a lungo si rinnova continuamente attraverso le "piacevoli varietà" della vita domestica, all’interno della quale  i bisogni si moralizzano.

Sulla base di queste premesse Delfico sostiene che l’amore coniugale legittimo sia piacevole e interessante tanto quanto la libertà, rivendicata dai difensori del divorzio, poiché nel matrimonio avviene una specie di equilibrio (conguaglio) fra i piaceri e i doveri, e questo perché i piaceri morali, che accompagnano l’assolvimento dei doveri, superano le pene.  Ora, ciò che vale a favore del matrimonio, vale di conseguenza contro il divorzio, dunque i vantaggi dello stato matrimoniale giustificano ampiamente il rifiuto del divorzio, anche in nome della famiglia come cellula fondamentale della società.

L’autore indica, poi, alcuni argomenti sostenuti dai fautori del divorzio, per confutarli. Innanzi tutto c’è chi ne sostiene la validità sulla base di esempi tratti dalla storia, ma questa difesa è senza valore perché le leggi attuali sono molto diverse da quelle del passato; del resto anche presso i romani questo istituto ha prodotto dei danni, dal momento che nei tempi più antichi era un diritto solo di alcuni patrizi, ma quando si è diffuso anche presso il popolo, la società si è corrotta ed è caduta nella "scostumatezza" (decadenza dei costumi).

I sostenitori del divorzio dicono che serve per porre rimedio alle difficoltà e ai sentimenti negativi che nascono durante il matrimonio, e Delfico riconosce che a volte possono svilupparsi elementi di disunione, ma obietta che innanzi tutto bisogna  cercare di prevenire le difficoltà fin dall’inizio e poi, se nascono ugualmente, cercare di risolverle senza arrivare alla rottura. Secondo lui, infatti, i matrimoni basati sull’amore resistono, anche attraverso momenti difficili, mentre vanno in crisi quelli che vengono contratti per altre motivazioni. 

Inoltre occorre tenere presente che le leggi su cui si regge il matrimonio possono aiutare a "rimarginare le ferite dell’amore", cioè si possono adeguare alla natura.  Se fosse permesso il divorzio le leggi distruggerebbero se stesse e invece di essere di sostegno alle famiglie creerebbero frammentazione; senza contare che ogni piccola difficoltà costituirebbe un pretesto per la separazione, cioè per la dissoluzione della famiglia. Ciò per Delfico non è ammissibile, dal momento che la famiglia è una componete essenziale della società e la sua frammentazione porterebbe alla distruzione del tessuto sociale. Le leggi che non ammettono il divorzio tendono a conservare lo "stato del cuore", necessario alla vita familiare; in tale stato i piccoli allontanamenti e difficoltà servono a riavvicinare i coniugi, che dopo un dissidio ritrovano più gradevole la conciliazione.

Le leggi devono essere formate tenendo conto dell’eguaglianza, e se ammettessero il divorzio, introdurrebbero la tirannia, in quanto favorirebbero il forte contro il più debole; se infatti si accorda il divorzio, lasciando la decisione all’uomo, la donna risulterebbe ripudiata, essa "non sarebbe di nessuno", non avrebbe nessun appoggio: non dal marito che non la vuole, né dal padre che "l’ha data in moglie", ma cadrebbe in miseria.

Tale ragionamento non si può considerare dettato da un pensiero egualitario verso le donne, ma si può spiegare alla luce delle leggi e delle consuetudini dell’epoca in cui vive l’Autore, quando le donne non avevano nessuna dignità al di fuori della famiglia, né potevano svolgere un lavoro retribuito fuori casa. Il ruolo della donna era quello di moglie e di madre, in alternativa quello di figlia e di sorella (la donna non sposata era considerata al servizio dei genitori e poi dei fratelli e nipoti). Al di là di questa condizione generale vi erano delle situazioni privilegiate: le donne dell’aristocrazia e del livello più elevato della borghesia potevano godere di privilegi e di molte più libertà rispetto a quelle del ceto inferiore, erano l’anima di circoli e salotti, si istruivano e scrivevano, ma si trattava comunque di una minoranza.

Un altro argomento contro il divorzio viene proposto da Delfico, sempre da ricondurre alla sua convinzione che la società viene prima della famiglia e questa precede l’individuo. Gli uomini spesso vogliono sciogliere il matrimonio per soddisfare un capriccio momentaneo, ma ciò contrasta con i principi originari dell’umanità.  La situazione della famiglia dopo il divorzio è da lui considerata infelicissima sia per gli individui che per l’onestà sociale; perché se i sentimenti si sviluppano all’interno della famiglia, per opera dell’educazione, laddove non può avvenire tale formazione i sentimenti risultano manchevoli; ma se gli individui non sviluppano  i sentimenti fondamentali è compromessa la vita della società.  Il divorzio contrasta la pace domestica, cioè i rapporti basati sulle leggi naturali della famiglia e della società, ma è particolarmente disastroso per i figli, che verrebbero sacrificati (all’egoismo dei genitori).

Insomma, Delfico riene che l’idea del divorzio non nasce da una riflessione matura sulla natura umana; l’errore sta nel fatto di non riconoscere il valore dei sentimenti., che attengono alla parte spirituale dell’uomo.Egli, infatti, pur facendo proprie le conquiste ideali dell’illuminismo, non ne condivide il materialismo, come risulta da un frammento manoscritto: Così si videro accusati di materialismo e di ateismo i più grandi autori, sostenitori dell’immortalità dell’anima e della religione, e le parole destinate a spiegare i fenomeni intellettuali non potendo essere che espressioni di oggetti materiali e di modi della materia furono confusi all’essenza spirituale, incomprensibile. Così se i sensi e tutta la parte del sistema nervoso senza cui non esistono le sensazioni furono detti gli organi del pensiero e dell’animo medesimo, senza de’ quali la specie umana non può esercitare le sue facoltà spirituali, si conchiude che tale asserzione equivale a materialismo, cioè che la materia sia pensante. E’ il privilegio della calunnia di negare ed offuscare l’evidenza. 
E appare evidente

che l’uomo sia composto di corpo e di spirito, e che questo senza l’altro non possa spiegare le sue qualità l’influenza dell’uno sull’altra è un  fatto, un effetto necessario delle leggi eterne della creazione (29).

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(1) Archivio di Stato Teramo, Fondo Delfico fr. A

(2) Archivio di Stato Teramo, Fondo Delfico fr. ,  b 16 f 17245

 (3) Saggio filosofico sul matrimonio, Introduzione, p. 88)

(4)  Archivio di Stato Teramo, Fondo Delfico  fr. b 16 f 172

(5) Saggio, p. 90

(6) op. cit. p. 91 

(7)op. cit. , p. 91)

(8) op. cit. , p. 92) 

(9)  op. cit. , p. 94

(10)op. cit. , p. 95)

(11) op. cit. , p. 95, v. anche 97, 98,99

(12) Si veda, Aut-aut di S. Kierkegaard, dove sono messe a confronto la figura dell’uomo estetico, che vive l’attimo e insegue in ogni avventura una felicità che gli sfugge continuamente, con la figura dell’uomo etico, il quale vive nella continuità del ruolo di buon padre di famiglia.

(13) op. cit. ,, pp. 103- 104

(14)  Saggio, p. 106

(15) op. cit. p. 107

(16) Archivio di Stato Teramo, Fondo Delfico frammento 7 r

(17) Saggio  p. 106   

(18) op. cit. p.109 

(19) op. cit. pp. 111-12

(20) op. cit. p. 113

(21) op. cit. p. 145

(22) op. cit.  p. 118

(23) op. citp.120

(24) op. cit. p. 121

(25) op. cit. p. 126, 123

(26) coll. Fondo Delfico A. S. , busta 15, fasc. 151, 45

(27) Saggio p. 102

(28) op. cit. p. 130, 131

(29)  Archivio di Stato Teramo,  coll. Fondo Delfico A. S. , busta 15, fasc. 151, 108 r

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* Le citazioni sono tratte dal Saggio filosofico sul matrimonio, edito anonimo a Teramo nel 1774, pubblicato nella raccolta delle Opere complete, curata da G. Pannella nel 1901, vol. III.