De Filippis

 

De Filippis-Delfico

 

(Teramo, 1820)

biblioteca - archivio virtuale

Stemma famiglia De Filippis-Delfico, Teramo, 1820

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Delfico

(Napoli, sec. XVIII)

(Teramo, sec. XV)

Stemma famiglia De Filippis, Napoli, sec.XVIII

Stemma famiglia Delfico, Teramo, sec.XV

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Biografia di Melchiorre De Filippis Delfico

di Maria Paola Fabiocchi

Melchiorre De Filippis Delfico

Melchiorre De Filippis Delfico

(Proprietà della Biblioteca Provinciale "Melchiorre Dèlfico", Teramo)

Melchiorre De Filippis Delfico nasce a Teramo nel 1825, dall'unione della Marchesa Marina Delfico con Gregorio De Filippis-Delfico, conte di Longano. E' il secondogenito di una numerosa figliolanza (sei figli): Troiano, Melchiorre, Filippo, Ludovico, Aurora e Margherita.

La famiglia Delfico appartiene alla più antica aristocrazia di Teramo, e, soprattutto dalla seconda metà del Settecento, è considerata la prima famiglia della città, protagonista, attraverso l'opera dei tre illustri fratelli Melchìorre, Gianbernardino e Gianfilippo, dello sviluppo del movimento illuminista e riformista napoletano in ambito locale e non solo locale, coinvolta nelle vicende della rivoluzione partenopea del 1799, e nella battaglia per l' "eversione della feudalità". Quando Melchiorre nasce è ancora vivo l'illustre prozio Melchiorre Delfico, che morirà nel 1835. La famiglia ha una solida situazione economica ed ha un prestigio ed una posizione sociale che la conducono ad occupare sempre un ruolo non secondario nella vita politica, economica, sociale e culturale della città. Le scarsissime informazioni che abbiamo sulla formazione di Melchiorre nei primi 16 anni della sua vita, concorrono a tratteggiare il quadro tipico del cursus studiorum di un rampollo di illustre casata nella prima metà dell'Ottocento.

Attende soprattutto allo studio delle Arti Liberali e la sua autobiografia in caricatura ci testimonia l'importanza che fin dai primi anni dovette avere lo studio della musica, in cui si impegnò fin dall'età di 7 anni. Sempre secondo l'autobiografia, nel 1835, quindi a 10 anni, il nostro avrebbe scoperto la propria "inclinazione per la caricatura". Sicuramente nel 1839, all'età di 14 anni, attende, e con onore, agli studi artistici nella Pubblica Scuola di Disegno di Teramo, fondata e diretta da Pasquale Della Monica.

A 16 anni, nel 1841, viene condotto a Napoli, a completare gli studi umanistici sotto la guida del noto professore e poeta latinista monsignor Antonio Mirabelli, "buon discepolo" del purista Basilio Puoti.

A Napoli viene probabilmente collocato sono la protezione dello zio, il barone Genovese, figura affettuosa ed amichevole che accompagnerà continuamente il Delfico, e che sarà da lui innumerevoli volte caricaturato. Ma sicuramente il barone Genovese non era l'unico parente residente nella Capitale, poiché in varie lettere alla madre il Delfico fa riferimento ad altri zii e zie.

I primi 4 anni nella capitale sono di studio duro e serrato, sotto la bacchetta vigile di Monsignor Mirabelli.

Il giovane Delfico non disdegna le lettere, anzi si diletta a scrivere versi, e dipinge, ma il suo grande amore è la musica. Nel '44 si dà a comporre e nell'estate del 1845 viene messa in scena al Teatro Nuovo la sua prima opera: Il carceriere del 1793, un melodramma su libretto di Domenico Bolognese.

Già nel 1842, forse per interessamento dello zio, il Barone Genovese, Melchiorre aveva avuto un posto di "alunno d'ordine" presso il Ministero dell'Interno, cioè un posto di impiegato non ancora regolare e senza retribuzione. Nel corso degli anni il lavoro impiegatizio diventerà regolare e retribuito (certo non in modo principesco), e contribuirà (sempre in modo insufficiente) al sostentamento suo, e poi della sua numerosa famiglia, fino ad età avanzata.  Intanto eventi luttuosi e dolorosi si profilavano all'orizzonte:

- nel 1847 viene a mancare il padre, il conte Gregorio De Filippis Delfico, e le redini economiche e morali della famiglia vengono prese dalla madre, Marina Delfico, madre affettuosa e donna di carattere, di spiriti liberali e risorgimentali.

A seguito degli eventi rivoluzionari degli anni 1848-49 i due fratelli di Melchiorre, Troiano e Filippo, compromessi nei disordini scoppiati a Teramo, sono costretti a prendere la via dell'esilio.

Melchiorre intanto continua a condurre la sua vita nell'ambiente "haut" napoletano, interrotta da brevi puntate nella città natale, in occasione delle feste "comandate" e per sfuggire al solleone estivo.

Secondo la sua autobiografia in caricatura, già nel '47-'48 aveva cominciato ad utilizzare la sua grande capacità caricaturale e forse a vendere le sue caricature, ricevendone spesso esplicita richiesta dai potenziali caricaturati.

Ma questa resta ancora un'attività per lui marginale, un hobby, e probabilmente l'idea di trasformarla in un'occasione di sistematico guadagno doveva essere molto lontana dal suo spirito aristocraticamente educato, nonostante le perenni deficienze economiche che la vita mondana napoletana comportava per un giovane cadetto. Certo, un giovane cadetto non sprovvisto di mezzi, ma pur sempre legato ai cordoni della borsa materna, come chiaramente si evince dalla corrispondenza intercorsa con la madre, e questa parziale dipendenza economica si protrarrà fino, e forse oltre, l'anno 1859.

Intanto, negli anni che vanno dal 1845 al 1858, la metropoli napoletana (che secondo molti studiosi era, all'epoca, l'unica capitale europea presente in Italia), conobbe una straordinaria vivacità musicale ed un gran fervore compositivo. A suscitare questo furor creativo, soprattutto giovanile, concorse in modo importante la presenza in quegli anni, a Napoli, del Maestro Giuseppe Verdi, presente una prima volta nel 1845, poi ancora nel 1848-49, e poi ancora nel 1857, sempre in relazione ad un contratto con il Teatro di San Carlo, ora per la messa in scena di sue opere, ora per la commissione di un nuovo spartito.

Il giovane Delfico respira intensamente questa temperie musicale, e compone e mette in scena altre 2 commedie: Il marito di un'ora del 1850 e Il consiglio di reclutazione del 1853.

Il 1855 segna una svolta nella sua vita: infatti Vincenzo Torelli, giornalista e critico assai fine, fonda un giornale, l'Omnibus pittoresco che, sull'onda della felice fioritura in quegli anni di giornali umoristici, inserisce nella sua pubblicazione una pagina satirica e l'affida a Delfico. Delfico fa così il suo ingresso nel mondo dell'editoria. La sua capacità caricaturale esce dalla sfera del puro diletto per trasformarsi in lavoro. Si divide quindi fra l'impiego, il giornale, l'animazione di serate mondane e la musica.

Nel 1856 per la città natale scrive la partitura musicale per una "Azione sacra" dal titolo Barac, da eseguirsi in occasione della festa teramana della Madonna delle Grazie e del Santo Patrono.

Quest' opera, assieme al carteggio intercorso con la madre e con i fratelli, conferma la forza e la persistenza del legame con l'Abruzzo, e tale esso rimarrà anche negli anni a venire. Alla fine degli anni '50 datano alcune lettere ed alcune cronache mondane che ci danno notizie degli impegni mondani del Delfico, soprattutto della sua attività di cantante, musicista, attore e regista, molto richiesto e molto apprezzato nei salotti aristocratici e nelle "Società di canto", ed oggetto di giudizi lusinghieri da parte di intenditori e critici musicali e teatrali.

Genio versatile ed eclettico, il nostro amico mostra anche in queste manifestazioni salottiere il suo grande amore per il mondo teatrale e musicale, quel mondo che costituirà anche il fulcro dei suoi interessi e successi caricaturali, ed in cui la sua arguzia ed il suo spirito di osservazione si eserciteranno al meglio, più che nell'attenzione per le vicende politiche, in cui il sorriso troppo spesso si colora di amaro.

Sempre agli stessi anni, '57-'58, datano alcune lettere indirizzate alla madre ed al fratello Troiano in esilio, che testimoniano alcuni fatti importanti:

1- che la corrispondenza fra la famiglia ed i fratelli in esilio passava dalle mani di Melchiorre a Napoli;

2- che l'atmosfera che si respirava nella città partenopea alla vigilia del 1860 era molto pesante, e probabilmente nel 1859 ragioni di elementare prudenza, forse dovute al suo lavoro presso il Ministero dell'Interno, forse all'inasprimento del regime poliziesco del Regno a seguito degli eventi insurrezionali di quegli anni, lo inducevano a scrivere a Troiano: "Ricordati che di null'altro mi devi parlare, fuorché della tua salute", e gli impedivano poi di recarsi a riabbracciare il fratello di passaggio nel porto di Napoli.

Nel 1857 Delfico ha modo di conoscere personalmente Verdi, giunto a Napoli in primavera per la messa in scena del Simon Boccanegra e per la commissione di un nuovo spartito per il San Carlo.

Lo zio di Delfico, il Barone Genovese, melomane appassionato, buon cantante e grande amico di Giuseppe Verdi, presenta il nipote al Maestro, e da questo momento Delfico diventerà l'ombra di Verdi, immortalandone in eleganti e divertenti caricature momenti, vicende e seccature del soggiorno napoletano.

Verdi apprezzava molto lo spirito e la discrezione di colui che affettuosamente chiamava "il gran Nadar napoletano". Ed anche dopo la partenza del Maestro, Delfico continuerà a seguirne le vicende artistiche con matita e bulino alla mano. Il risultato di questo sodalizio saranno le 2 suite di Caricature verdiane, e la Lettera a Verdi del 1888:

1 - la prima serie è costituita da 64 tavole e 20 bozzetti pieni di finezza e di brio dati alla stampa litografica nel 1858;

2 - del 1862 è l'"Album di 12 caricature" sul viaggio di Verdi in Russia, 12 piccoli gioielli di arguzia e fantasia che il Maestro apprezzò molto;

3 - infine, del 1888 è una particolarissima lettera che Delfico indirizzò a Verdi dopo averne ascoltato la nuova opera, l'Otello: si tratta di una lettera di 8 pagine pupazzettata e acquerellata, in cui il caricaturista traduceva in immagini e colori le impressioni ricevute dall'Otello e ricordi e personaggi del soggiorno napoletano del Maestro. Verdi, commosso, giudicò le caricature "bellissime".

L'ampiezza e la qualità di tutta la produzione verdiana resero Delfico universalmente noto come Il caricaturista di Giuseppe Verdi.

Col 1860 inizia il periodo più intenso e fecondo dell'attività artistica di Melchiorre Delfico:

1 - in questo anno inizia la pubblicazione, che in seguito diventerà una consuetudine fino al 1891, di un Album annuale o di una Strenna di caricature, di argomento vario ma sempre molto attesi.

Dal 1867 al 1883 a molti di questi appuntamenti annuali darà il titolo de "Il caos". Dal 1882, per vari anni, pubblicherà una strenna annuale dal titolo "Delf";

2 - sempre nel 1860, in società con l'amico Enrico Colonna, dà alle stampe le sue 48 caricature aristocratiche, oggi rarissime.

Come operazione commerciale, questa si rivela fallimentare.

3 - alla fine del 1860 inizia la collaborazione con il giornale l'"Arlecchino. Giornale - caos di tutti i colori", che gli riserverà per vari anni l'illustrazione della terza pagina;

4 - fra il 1862 e il '63 un Delfico attivissimo avvia una collaborazione con altri 2 giornali satirici: l'"Arca di Noe" ed il "Pulcinella".

Alla metà degli anni '60 dovrebbe datare il leggendario viaggio a Londra e la collaborazione col prestigioso giornale satirico londinese "Punch", a cui fa riferimento Amilcare Lauria nel suo prezioso lavoro su "Melchiorre Dèlfico" pubblicato nel 1906 su Ars et Labor. Ma Fabia Borroni, nella sua monografia del 1957, ha dimostrato l'infondatezza di questa notizia.

Da più parti è stata sostenuta la presenza di Delfico e di Colonna a Firenze a più riprese fra il 1864 ed il 1870, quindi nella Firenze capitale provvisoria del neonato Regno d'Italia.

Questi viaggi si sarebbero tradotti in una serie di circa 100 caricature, riguardanti l'ambiente aristocratico, diplomatico e parlamentare della Firenze capitale provvisoria. Si tratta di tavole di straordinaria qualità, di fattura pregevole, estremamente curate e rifinite, impreziosite dalla campitura ad acquerello o a china, ma poiché non sono firmate, l'attribuzione di queste tavole a Delfico è oggetto di discussione.

Allo stato attuale delle mie ricerche e delle mie conoscenze, io ritengo che queste tavole non siano opera di Delfico, e questa convinzione è motivata da varie ragioni, di ordine storico, documentario, biografico e stilistico, delle quali darò eventualmente conto in un altro intervento.

Negli anni '70 la sua attività caricaturale diminuisce, mentre la musica torna ad essere la sua occupazione principale: compone, fa il direttore d'orchestra, torna persino a cantare in qualità di tenore per salvare una stagione lirica che minaccia di naufragare.

E le opere di questi anni sono le migliori della sua produzione musicale: scrive libretto e partitura di 2 opere buffe, Il Maestro Bombardone del 1870, e Il ritorno a Parigi dopo la guerra del 1872, e 2 commedie musicali, La fiera, ed Il parafulmine del 1876, la sua ultima opera musicale.

Tutte queste opere furono messe in scena al Teatro della Società Filarmonica con apprezzabile successo, La fiera fu proposta anche su altri palcoscenici italiani, mentre Il parafulmine fu replicata al Teatro Comunale di Teramo in occasione del Carnevale del 1877.

Dal 1881 alla fine degli anni '80 Delfico collabora in qualità di caricaturista con il settimanale umoristico Caporal terribile.  Dal 1884, accanto alle sue caricature, sul Caporal Terribile compaiono quelle di Solatium, pseudonimo del caricaturista Mario Buonsollazzi, altro ingegno notevole della caricatura di fine secolo, e Solatium gli succederà definitivamente nel 1890, quando il grave colpo della perdita della moglie, Concetta Sposito, da cui aveva avuto 7 figli (11 secondo altre fonti), ed il progredire dei problemi circolatori costrinsero Delfico ad abbandonare il lavoro.

Delfico trascorse gli ultimi anni a Portici, dove aveva abitato con la famiglia, fra i ricordi e il tormento per la malattia.

A Portici si spense il 22 dicembre 1895.

 

L'ARTE DI UNA VITA

Dall'esame della vita del Delfico credo sia emerso con chiarezza che egli è un eclettico che divide il suo impegno fra vari interessi: composizione musicale, palcoscenico, caricatura, pittura, poesia, canto.

Genio istrionico e versatile, egli è un dilettante, per natura e formazione, e tale resterà fino alla fine. Ma è un dilettante nel senso etimologico del termine, cioè è un individuo che fa le cose per diletto.

Non sempre i risultati saranno degni di nota, ma nella Caricatura riuscirà grande, tanto da essere conosciuto a livello nazionale come "Il principe della caricatura napoletana". In questa arte giocherà il tirocinio di una vita intera, ed il fatto che, comunque, a mio avviso, un caricaturista è tale per indole, non per formazione.

In ogni caso il dilettantismo di Delfico non deve stupire: egli è un aristocratico e la sua formazione ha seguito il modello umanistico a cui si ispirava la formazione culturale dell'aristocrazia: quello di un enciclopedismo all'acqua di rose, quello del rifiuto di una cultura specializzata, "poco di tutto, ma tutto di niente".

Data l'inopportunità di dare conto, in questa sede, in modo tecnico ed esaustivo, delle caratteristiche dello stile del Delfico, cercherò di delinearne alcuni elementi essenziali, utili almeno al godimento immediato delle tavole.

 

A - Innanzitutto Delfico tende a pupazzettare i suoi soggetti, alla maniera Nadar-GiI (grandi teste su piccoli corpi). Io credo che questa scelta sia motivata dall'attenzione particolare che egli presta ai volti: con pochi tratti sciolti egli ottiene una resa somatica essenziale e, con straordinaria capacità di penetrazione psicologica e di sintesi, affida poi l'effetto umoristico ad uno sguardo, ad un corrugar di sopracciglio, ad un sorriso, ad una espressione, alla posizione di una mano, di una gamba, alla "posa" di un corpo.

 

B - Nelle sue caricature l'attenzione è concentrata sul personaggio e soprattutto sulla situazione nella quale il personaggio viene collocato.

L'ambientazione è quasi completamente assente, se c'è, rimane in secondo piano, sfocata. Elementi ambientali vengono rappresentati, e comunque mai in modo particolareggiato, solo quando sono essenziali alla lettura della situazione.

 

Nel suo saggio del 1986, "La caricatura napoletana della seconda metà dell'Ottocento", così si esprime M. Giancaspro: "Per le caricature italiane e napoletane del secondo Ottocento è assai facile individuare due diverse tendenze. Nel trentennio dal Sessanta all' Ottanta appare evidente che l'intento dei caricaturisti più che  fisiognomico è situazionale; le vignette si sovraccaricano di simboli, allusioni, talvolta vere e proprie allegorie e i protagonisti, spesso allontanandosi notevolmente dalle caratteristiche fisionomiche dei legittimi possessori, diventano vere e proprie maschere..."

Quello che M. Giancaspro, con molta acutezza, ha rilevato come fenomeno caratterizzante di questo periodo, si attaglia in modo particolare alla produzione di Delfico. La sua, infatti, più che una caricatura fisiognomica, è una caricatura situazionale: a Delfico non interessa tanto "caricare" lo studio di una fisionomia per evidenziarne bizzarrie o particolarità fisiognomiche, quanto "cogliere" ed evidenziare quell'elemento espressivo che rivela un carattere, una sensibilità, un modo di comportarsi, un moto dell'animo. Per questo Delfico tende a sorprendere i suoi personaggi nel momento in cui interagiscono col mondo e con le cose, perché nell'interazione col mondo essi sono vivi, e rivelano all'artista la propria essenziale natura. L'arte di Melchiorre è dinamica, non contemplativa. Ma con i suoi personaggi politici, o con alcuni personaggi ricorrenti nelle sue tavole (il Barone Genovese, Colonna, se stesso), Delfico dimostra di essere un abitudinario: una volta definiti, essi diventano vere e proprie maschere, e non cambiano più, così come non cambia mai la maschera di se stesso.

 

C - Delfico ha la straordinaria capacità di rendere plausibile ogni tipo di stravolgimento di proporzioni, anzi, spesso per questa via crea una sorta di graduatoria di importanza dei vari personaggi.

Aggiungo, inoltre, che questo giocare con lo stravolgimento delle proporzioni lo porterà negli ultimi anni a creare i prototipi delle moderne strisce.

 

D - Delfico si rappresenta nella maggior parte delle sue vignette, a volte in forma caricaturata ma umana, altre volte in originali e sorprendenti metamorfosi.

Questo rappresentarsi nelle tavole ha un significato.

Nelle tavole politiche questo gli consente di prendere una precisa posizione politica, per esempio egli si colloca così fra i garibaldini, fra gli antinapoleonici, fra gli antiborbonici e così via.

Nelle tavole non politiche questo a volte è un vezzo, a volte è un modo per esprimere la sua partecipazione alle situazioni che rappresenta, è un modo, cioè, per dire che egli appartiene al mondo che sta rappresentando.

E questo non ha nulla di casuale, e vediamo perché.

Mentre sul piano stilistico non possiamo distinguere periodi diversi nella maniera di Delfico, perché, tolta la perizia acquisita in anni di mestiere, il suo stile resterà sostanzialmente invariato nel corso di tutta la sua storia caricaturale, sul piano dei contenuti possiamo distinguere 2 ambiti produttivi, quello politico e quello che per ora definisco sociale.

Nella sua produzione di argomento politico possiamo distinguere 2 fasi, che riproducono fedelmente le 2 fasi di tutta la produzione caricaturale italiana della seconda metà dell'800: la fase eroica, appassionata ed esaltante dell' ultima stagione risorgimentale, della proclamazione del Regno d'Italia, della guerra del '66 e della conquista e proclamazione di Roma capitale, - la fase, cioè, che va dagli anni '50 alla fine degli anni '60- e la seconda fase, quella della edificazione dello stato unitario, con i problemi poco eroici delle vicende della finanza pubblica, della questione meridionale, del profilarsi di quella sociale, con i problemi economici e quelli della competizione internazionale, con il prevalere dell'orizzonte municipale su quello nazionale ed internazionale, e quindi con le vicende poco esaltanti dei piccoli protagonisti del mondo comunale e provinciale, con la corruzione e la serie di scandali che costellerà l'ultimo decennio del diciannovesimo secolo, con le imprese degli amministratori municipali: consiglieri, sindaci, prefetti.

E dunque nella Storia del caricaturista Delfico la prima fase è quella della satira battagliera dei primi anni '60, la fase più schiettamente politica della sua produzione, quando un Delfico garibaldino, interventista, antipapalino, antiborbonico, antinapoleonico, disegna sulle pagine dell'"Arlecchino", del "Pulcinella", "Del­l'Arca di Noè".

In questi anni l'impeto e la passione giovanile, e le sollecitazioni dell'intensa vita politica e dei cambiamenti in atto, armano la sua matita di una forza satirica che lo collocherà al primo posto fra i caricaturisti napoletani.

Vittime predilette dei suoi strali satirici sono personaggi - simbolo come Napoleone III, Federico Guglielmo di Prussia, l'imperatore Francesco Giuseppe, Francesco II di Borbone, Pio IX, Cavour, Vittorio Emanuele, Rattazzi, La Marmora ecc. Unico personaggio intoccabile è Giuseppe Garibaldi.

La seconda fase nella sua produzione politica ha inizio durante gli anni '70, e per Delfico, come per la caricatura italiana in generale, è caratterizzata da una sorta di ripiegamento su posizioni sempre più qualunquiste.

Negli anni '80 egli lavora presso la redazione del "Caporal terribile", una testata che è lo specchio fedele dell'atmosfera dei tempi, nata per dar corpo ai malumori ed alle amarezze di coloro che erano delusi dal processo post-risorgimentale, e Delfico è fra costoro: lontane ormai l'energia, la vitalità e la fiducia dei 30 anni, le sue vignette politiche riflettono lo sguardo disilluso, amaro e cinico dell'anziano garibaldino, la carica satirica si attenua. Dalla "demonizzazione" dei grandi personaggi degli anni '60, che aveva trasformato questi ultimi in vere e proprie maschere, si passa alla "demitizzazione" dei piccoli protagonisti della saga provinciale degli anni '80. L'ultima fase della sua produzione politica, come dicevo, è segnata da un generico e disincantato qualunquismo. E negli ultimi anni fugge anche dal ripiegamento sul municipale: suo canto del cigno è, nel 1891, l'album "Pompei ed i pompeiani", del quale Giuseppe Verdi ebbe a scrivergli: "...Ma ditemi,... (scusate) perché andare a resuscitare un mondo che non è più il nostro? So bene che anche quel mondo antico sarà stato caricaturabile come lo è il nostro; ma noi a stento ce lo immaginiamo, ed a stento lo comprendiamo."

Ripiegamento dunque, rifugio nel passato: con questo album l'antico satiro sembra dire: "Per me, ormai, l'ultima possibile fonte di ispirazione è fuori dal mio tempo".

Questa è la parabola della sua produzione politica, ma c'è un altro importante versante della sua produzione caricaturale: quello del mondo sociale a cui il Delfico appartiene, cioè quello medio-alto della aristocrazia e della borghesia, e quello del mondo musicale e teatrale napoletano. Nei confronti di questo mondo sociale ed artistico, lo sguardo del caricaturista resterà affettuosamente attento fino alla fine e la sua satira non sarà mai ferocemente dissacrante (tranne in casi molto particolari), ma sarà invece arguta, bonaria, elegante, a volte affettuosamente ironica. Il Delfico "non-politico" è un caricaturista del "bel mondo", non un caricaturista di costume. Egli non è un Savonarola, un fustigatore di popoli, ma di oppressori di popoli.

Gavarni, poeta satirico del bel mondo parigino, traduce l'indolenza, l'ambiguità e la perversione dei soggetti caricaturati in un disegno dalla linea elegante, morbida e sinuosa, ed i corpi risultano mollicci e dinoccolati.

Delfico invece usa una linea semplice, quasi infantile. I suoi personaggi risultano pupazzettati ma solidi, ben piantati sulle piccole gambe, forse grassi, ma mai mollicci. In lui la raffinatezza è affidata al chiaroscuro.

E comunque quella che Delfico ci presenta è una società mai salace, mai allusiva, pudica e di bei modi, una società in cui la gente è sempre dignitosamente vestita, e si incontra per discutere il nuovo cartellone del San Carlo, o la riuscita di un'opera, o le piccole manie di un amico, una società nella quale non esistono né straccioni né mendicanti, tanto diversa da quella rappresentata da un Rowlandson o da un Daumier o da un Gavarni.

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Biografia tratta da: Maria Paola Fabiocchi, "L'800 napoletano di Melchiorre De Filippis Delfico", su "Oggi e Domani", a. XXIV, gen.-feb.1996, n. 1-2