|
Padova 21 dicembre 1781
O Melchiorre, Melchiorre mio dolcissimo ch’è mai di te? Io t’ho
scritto in momenti di desolazione; io aveva diritto d’aspettarmi una
buona dose di balsamo dall’amicizia tua, poiché niuno è tanto al caso di
spargere qualche consolazione nel mio cuore, quanto lo sei tu. E tu
m’hai abbandonato del tutto! Non essendo combinabile questo abbandono
dell’animo tuo alla più amara opposizione di cuore colla delicatezza di
codest’anima, io mi trovo afflitto dal sospetto che la salute tua sia
sconcertata ed ecco un nuovo accesso d’inquietudine, d’afflizione. Deh
chiariscimi di questo; e se non ti trovi in istato di scrivere, fa che
ti presti la mano uno dei tuoi fratelli, che, se mi amano, come tu me n’ài
assicurato, per compenso devono cercare di togliermi questa spina dal
cuore. O! amico, e fratello mio! Il mio cuore non avrebbe forza
bastevole a resistere a nuovi mali. Egli è profondamente lacerato da
quelli che l’infelicità di una virtuosa Donna, d’un anima incomparabile
gli fa provare .Io ò deposto nel seno dell’amicizia tua tutti i segreti
di questo cuore; io ò cercato a essa sola una consolazione allorché il
più crudele contrattempo mi à reso fonte di amarezza, di afflizione,
d’oppressione a quell’anima eccellente per cui io avrei dato la vita che
m’era peso inutile lontano da lei e che mi è ora detestabile perché
tormentata dal rimorso e avvelenata dalla certezza quasi assoluta d’una
privazione irrimediabile. Sono già compiuti i tre mesi dacchè io non ho
nuove di essa…e l’ultima lettera mi annunziavano sciagure orribili. La
servitù del costume che colà regna, la barbarie gotica d’un marito
geloso…oh tu mi leggi nel cuore!
Io temo di qualunque atrocità; e se mai questo funesto presentimento
si verificasse…O! amico mio, come potresti tu consigliarmi a vivere! Non
mi sarebbe mai sorto più opportuno il soggiorno di Napoli, o la gita per
la Puglia che in queste circostanze. Io avrei a qualunque costo
togliermi questo crudel peso dell’anima. Ora io credo svanita anche ogni
speranza Napoletana. L’affare di Rizzi Zannoni à preso la più felice
piega, e la Carta si farà con la massima magnificenza. Pareva che da
questo potesse dipendere qualche bene per me; e gran bene(?) per certo
sarebbe stato quello di riabbracciare gli amici, e del vivere qualche
più tempo con essi. Ma l’esito mi ha disingannato. Lo zelo del Grimaldi
non è fortunato in ragione dell’ingenuità, e forse quest’ultima virtù
del nostro amico è quella che nuoce alla Carta.
Ora tu scrivimi, e diriggi (sic) le lettere tue a Vicenza, sino a che
non ti do altro ricapito. Io odio le Città e vivo al bosco quanto più mi
è possibile, ma ho bisogno di balsamo d’amicizia per non morire
d’aridità! E del tuo nipotino che se ne fa? Addio caro e soave
Melchiorre. Io non ti dirò mai abbastanza che t’amo, e ti desidero con
tutta l’anima.
F[ortis]
P.S. Dopo scritta questa, o mio caro Melchiorre, o fratello, o amico
mio dolce, io ò ricevuto otto fogli in un piego solo della mia
preziosa donna, pieni di tenerezza, pieni di nuove consolanti. Ella à
fatto prodigi di destrezza, di talento; noi potremo rivederci assai più
presto di quello che ci pensavamo il contrattempo accaduto è immerso in
profondo silenzio. Tutti gli amici a coro m’invitano a rivedere quel
caro paese…O! adesso sì che mi farebbe bisogno si concludesse a Napoli
qualche cosa. Felice se potessi avere modo di vivere ad un tratto per la
fama, per l’amicizia, per l’amore! Io non ho voluto tardare a darti così
lieta novella. Addio! |