De Filippis

 

De Filippis-Delfico

 

(Teramo, 1820)

biblioteca - archivio virtuale

Stemma famiglia De Filippis-Delfico, Teramo, 1820

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Delfico

(Napoli, sec. XVIII)

(Teramo, sec. XV)

Stemma famiglia De Filippis, Napoli, sec.XVIII

Stemma famiglia Delfico, Teramo, sec.XV

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Brevi divagazioni su Melchiorre Dèlfico

ispirate dal volume su Il Palazzo Dèlfico

di Eugenio La Rosa

In I luoghi della storia a Teramo. Il Palazzo Dèlfico, di AA. VV., S. Atto di Teramo, Edigrafital 2004

 

Visitando qualche anno fa, durante il suo faticoso e lento restauro, il Palazzo Dèlfico, ricordo che ne trassi una sensazione forte, ma al momento indefinibile.

Riguardandolo ora, a restauro completato, la stessa sensazione si è riproposta, ma meglio delineata. Una sensazione che si è tradotta nella convinta impressione che il Palazzo Dèlfico possa essere letto come un’opera a tema, una di quelle opere edilizie con le quali si è voluto non solo utilizzare uno spazio fisico, ma anche – e soprattutto – significare qualcosa, comunicare un’idea, anche se in un modo che didascalicamente fosse già percepibile da tutti ma che nei suoi significati più alti e specialistici potesse essere intesa solo da chi sapesse leggerla, perché in grado di riconoscerne il linguaggio.

Come del resto accade in tutte le grandi opere edificatorie che abbiano rappresentato per le generazioni successive un punto di riferimento (se non addirittura di svolta), anche nel Palazzo Dèlfico è immediatamente avvertibile la presenza di un portato, significativo di qualcosa che è ben più di ciò che mostra in modo esplicito.

Diceva uno Studioso – di cui ho dimenticato il nome, ma non l’insegnamento – che, quando gli oggetti, i manufatti e le atmosfere parlano, per ascoltarli non bastano più gli strumenti della percezione sensoriale diretta: occorre fare ricorso a percorsi logici più sofisticati, basati sull’analogia, sull’allegoria, sul simbolo, sul significato semantico, su strumenti, insomma, che mettano in grado la mente di esplorare la Conoscenza in modo autonomo, andando oltre le dirette percezioni dei sensi per rielaborarle e reinterpretarle alla luce di paradigmi attraverso i quali, faticosamente, rappresentazioni mentali astratte possano assumere sembianze concrete.

Certo, avventurarsi in questo tipo di approfondite analisi appartiene ad altri che non a me; ad altri che, magari avvalendosi di capacità conquistate in lunghi e defatiganti esercizi del pensiero e della volontà, siano ben più in grado di percorrere la delicata, e per certi versi pericolosa, antica via della conoscenza interiore.

Ma anche l’uomo comune – succubo o protagonista che sia in un mondo preda del metodo scientifico e della velocità del calcolo e dell’informazione propria dell’elettronica – solo che sappia ascoltare le proprie sensazioni ed il proprio intuito, aggirandosi per le sale e gli androni del Palazzo Dèlfico può distintamente percepire – dalle linee delle dimensioni e delle altezze dell’edificio, dai volumi dei pieni e dei vuoti, dall’orientamento delle superfici, delle luci e degli affacci, interni ed esterni, dal gioco degli stucchi e delle specchiature degli intonaci, dal taglio dei corridoi che ritmano le sale ed i saloni di rappresentanza o padronali e gli altri ambienti di utilità, dalla ricchezza a volte doviziosa, ma sempre austeramente composta, dei materiali impiegati e degli svolazzi artistici – l’immanenza e la forza della personalità di colui che quel Palazzo aveva voluto ed ideato nella sua interezza comprensiva anche delle parti che sarebbero state completate successivamente alla sua scomparsa.

La storiografia ci consegna un Melchiorre Dèlfico dalle molteplici espressioni che ne facevano un leader del suo tempo: ma in che senso?

Se scorriamo i testi che lo hanno ben presto reso famoso nel suo tempo, vediamo che essi si rivolgono principalmente o a contestare il potere – e non solo quello temporale – della Chiesa (Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana e dei suoi cultori), ovvero a demolire l’impalcatura stessa della società in quanto radicata in modo autoreferenziale nella storia (Pensieri sulla storia e sull’incertezza e l’inutilità della medesima). Sembra quasi che egli, educato nel ceto nobiliare e benestante con una moralità rigorosamente cattolica, aderendo alle nuove idee illuministiche non si fosse del tutto affrancato dalle sue radici, che anzi continuavano a rappresentare per lui una continua battaglia da vincere, come si desume dal modo per certi versi giacobino con cui non trascurava occasione per continuare ad avversarle, quasi per dare prova a se stesso ed al secolo della sua illuministica conquistata libertà ed autonomia di pensiero.

In effetti l’incrollabile fiducia nelle possibilità di progresso indefinito dell’uomo in tutte le direzioni dello scibile, propria del Dèlfico illuminista, mentre trova le sue forme organizzatorie ed espressive nell’Enciclopedia, affonda certamente le sue radici nella formazione cristiana che il Dèlfico a suo tempo aveva ricevuta e che lo impegnava ad adoperarsi senza risparmio in favore del prossimo e della elevazione della sua condizione di vita.

Ma anche in questo caso – come in altri dove, secondo la storiografia ufficiale, alla dichiarata intenzione giacobina non corrispose poi un’eguale intransigenza nell’attuazione – si può ragionevolmente ritenere che, almeno in un aspetto, le nuove idee illuministiche del Dèlfico trovarono un confluente sostegno nella sua formazione di base: intendo riferirmi all’impegno che il messaggio evangelico richiede ai credenti – e che, per l’educazione ricevuta, egli doveva avere assorbito quasi a livello di DNA culturale – di adoperarsi senza risparmio in favore del prossimo e della elevazione della sua condizione di vita.

In questo principio cristiano potrebbe dunque rinvenirsi la motivazione profonda di quel suo costante impegno al miglioramento della società che egli dovette sentire forte dentro di sé, anche mentre lo riorientava su un piano squisitamente laico.

Sono i frutti di questo felice e, forse, nemmeno avvertito connubio che hanno caratterizzato per Melchiorre Dèlfico il modo effettivamente di essere leader del suo tempo, indiscusso anche dai suoi nemici politici: tale certamente egli aveva la stoffa del leader, lo era, si sentiva di esserlo e, come tale, si è sempre comportato, sentendo come suo dovere l’essere guida ad esempio per avviare suoi contemporanei nel secolo  dei lumi.

Del resto, che la componente didascalica, quasi da Pigmalione, fosse presente nella personalità del Nostro lo si può desumere dalla eterogenea varietà dei temi trattati nei suoi scritti, con i quali si era conquistato un posto di assoluto rilievo nella cultura del suo tempo. Come emerge chiaramente dal fil rouge che fa unità dei diversi profili di studio presenti nel volume Il Palazzo Dèlfico, in questa altruistica dimensione la leadership di Melchiorre Dèlfico si rivolse a coprire tutti i più salienti aspetti del rapporto sociale.

In primis, potremmo dire che egli, con la sua vita, abbia proposto se stesso come personaggio cui i suoi contemporanei potessero riferirsi con rispetto per la sua posizione sociale e per gli altri riconoscimenti conseguiti, con gratitudine ed ammirazione per le sue realizzazioni e per le sue azioni.

Inoltre, e non secondariamente, le carte ci dicono che egli pose grande cura perché la sua vita ed il suo agire nel mondo della cultura filosofica, politica e sociale, sempre improntati a testimoniare le sue idee di uomo, libero tra gli uomini che voleva liberi, eguali ed affratellati, potessero rappresentare un esempio da seguire.

In conclusione, lo sforzo di finalizzare l’operato ad una esemplarità, così sempre presente in Melchiorre Dèlfico, ci induce a ritenere che egli, oltre che alla sua stessa vita, abbia affidato, il suo più importante messaggio ideologico e spirituale non tanto alla concretezza dei suoi scritti, quanto alla materialità, non meno didascalica, dei simboli e dei significati che, nel suo palazzo, egli inverò con gli episodi mitologici, rappresentati nelle statue e nelle immagini dei dipinti.

Essi, infatti, sono evidentemente stati scelti, non solo per abbellire, secondo il gusto dell’epoca, gli ambienti, ma anche per rappresentare quasi una carta comune dei valori sociali ed individuali, ad illustrare comportamenti ideali e massime di vita cui conformarsi e che, in ogni caso, ognuno avrebbe dovuto tenere presenti nelle scelte cruciali sottese all’iter do perfettibilità che si deve percorrere per potere conseguire quei livelli di nobiltà e di decoro che il Dèlfico egli riteneva congeniali alla natura umana. 

Palazzo Delfico, Sala delle Allegorie

Palazzo Delfico, Sala delle Allegorie

Il Tempio domestico

Sfogliando il volume in cerca di conferma di tal possibilità, è lo stesso Melchiorre Dèlfico a fornirci una chiave di lettura del profondo significato che egli attribuiva all’opera edificatoria del palazzo: il 23 marzo del 1790, in una lettera all’abate, suo fraterno amico e sodale nella Rinascenza Teramana, Berardo Quartapelle, il Nostro così si espresse:

"La casa di nostra abitazione, essendo finita, sarà decorosa per ogni nobile abitatore".

Oggi potremmo facilmente intendere questa frase come esprimono espressione della compiaciuta previsione dell’ormai prossimo esito felice di una intrapresa edilizia che ben si colloca nel rapporto di intimità amicale che legava i due.

Tuttavia, inquadrandola nella mentalità e nella cultura settecentesca, in cui il vero della comunicazione, quando non travisato dall’arguzia dell’espressione, spesso si celava in epigrammi, sciarade, giochi di parole e significati simbolici e sottintesi – Mozart il 30 settembre 1791 – presentava il suo Flauto Magico!

Da quella comunicazione epistolare potrebbe essere tratto un significato totalmente diverso e ben più ricco di suggestioni. Addirittura essa potrebbe letta come latrice di un messaggio complesso tra persone che ben si capivano, al di là delle parole; di un messaggio che si poneva – e si pone – come ammonimento per chi avesse voluto abitare la casa, allorché ne fosse stata completata l’edificazione.

Proseguendo in questo intrigante gioco interpretativo, prima di tutto si nota che nella frase è usato il termine casa e non quello di palazzo o dimora o altri simili sostantivi. Ciò, letto nel contesto, ci induce ragionevolmente a pensare che il Nostro ha inteso connotare l’immobile non per la sua struttura fisica, bensì, per la sua funzione di luogo qualificato ad essere lo spazio chiuso e protetto entro cui si svolge la vita di una unità umana, con tutto quello che a ciò consegue: la casa è il luogo dove la sacertà della famiglia si esprime ed esercita le sue funzioni di riprodurre il ceppo umano nella continuità dello sviluppo civile della sua perfettibilità.

A ben vedere, anche gli aggettivi riferiti alla casa, la compiutezza e la decorosità che a prima vista possono essere presi per semplici qualificativi del sostantivo, nella lettura finalizzata che ci proponiamo emergono come chiavi interpretative in quanto costituiscono gli attributi propri della sacertà della casa.

La caratteristica della compiutezza sembra preordinata ad ampliare al massimo il significato totalizzante del vocabolo chiamato ad indicare che è stato raggiunto il punto massimo di perfezione dell’evento, il punto di svolta  dopo il quale la realtà sarà definitivamente diversa. Un momento tombale, per tutto quello che precede e di inizio per un futuro nuovo e necessariamente diverso.

Ciò può significare che, giusto come prescritto dalla saggezza antica, essendo che ogni azione dell’uomo corrisponde ad una avvenuta o contestuale sua modificazione interiore, l’edificazione compiuta cui si riferisce la frase, non è tanto quella della materialità del manufatto – anch’essa rilevante, tuttavia, perché solo dal momento in cui è completata, la costruzione può assumere tutte le più importanti qualificazioni che le sono proprie – quanto quella della contemporanea edificazione interiore che il costruttore medesimo deve conseguire attraverso un perfezionamento individuale che, accompagnandosi a quello materiale dell’edificio, deve farlo pervenire a quell’elevato livello di intrinseca nobiltà, solo con il raggiungimento del quale l’edificazione può considerarsi compiuta.

Questa chiave di lettura ci porta a pensare che, dunque, il Nostro doveva considerare l’edificazione della casa come un rito nel quale i piani dell’evidenza materiale e quelli dello spirito si univano armonizzandosi. Così che, se sul piano materiale e dell’evidenza l’edificazione avveniva con la meditata ed organizzata occupazione ed utilizzazione di un più o meno ampio spazio fisico, molto più efficacemente l’edificazione doveva agire sul piano spirituale del costruttore.

Similmente, l’accertamento del possesso del secondo degli attributi della casa, ossia del decoro, attiene ad una duplice verifica, quella esteriore, sulla decorosità civile del comportamento di vita, e quella interiore, sul fatto che tale comportamento sia effettivamente frutto manifesto della avvenuta positiva, unitaria e contemporanea conclusione della edificazione, di quella materiale, edilizia e di quella spirituale, interiore.

In questa, all’apparenza, semplice comunicazione epistolare possiamo scorgere, dunque, l’uomo, il filosofo, ed il pater familias Melchiorre Dèlfico che, in una espressione unitaria, detta la Regola di quella specie di laico Cenobio che lui riteneva dovesse essere la casa di nostra abitazione. Egli, infatti, nel mentre fissa una stretta interdipendenza tra il decus, inteso come la liceità sociale dell’abitare in siffatta dimora, e le qualità personali richieste agli abitatori, nel concreto prescrive che questi devono essere dotati delle alte qualità che connotano la nobiltà in tutte le sue accezioni, qualità delle quali potevano considerarsi in possesso solo se la costruzione materiale fosse stata la manifestazione esteriore della edificazione interiore contemporaneamente realizzata.

A contrario, la Regola pone un divieto, la cui inosservanza fa venir meno la sacertà stessa del luogo e rende il dimorare nel palazzo vanamente ostensivo e certamente sconveniente e non decorso: vien da pensare al Miracolo delle noci, di manzoniana memoria.

Per altri versi, poi, nella frase si può anche leggere una confessione resa all’amico fraterno,là dove indirettamente viene dato atto del fatto che l’opera, di cui già si possono intravvedere le caratteristiche, tuttavia nel suo più ampio significato non è ancora conclusa. E si può intravvedere un’ombra di tristezza nell’uso del tempo futuro – sarà – che lascia prevedere ancora lunghi anni di lavoro, di preparazione e di perfezionamento, sia materiale che personale: quel momento di sublime sconforto così acutamente colto e sviluppato da Marguerite Yourcenar ne L’opera al nero.

Questo argomentare, seppur nei limiti della credibilità che oggi viene riservata all’analogia, si fonda sulla comunemente accettata verità storica che descrive Melchiorre Dèlfico come un uomo in cui il senso della responsabilità morale era molto vivo.

Il che, unito alla sua vasta curiosità culturale che lo portava ad avere ed a ricercare sempre modi nuovi di conoscenza alla quale attingere, rende più che credibile poter leggere tra le righe della sua lettera all’amico Quartapelle, la sua ansia di confrontarsi e di esaminarsi, valutando, alla luce della aderenza ai principi ed ai valori conquistati, l’adeguatezza della sua azione nella ricerca di un conoscere se stesso che, da principio di vita individuale, sentiva di dovere elevare a principio di vita della comunità, indicandolo ai suoi contemporanei come esempio e via per la conquista di quella felicità sociale di cui tanto parlavano i principi rivoluzionari che si andavano diffondendo.

Ma la capacità di rottura con gli schemi del passato che appare evidente nelle Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana e dei suoi cultori, o nei Pensieri sulla storia e sull’incertezza e inutilità della medesima, come abbiamo visto rivela un suo limite, possiamo dire caratteriale, che tuttavia è quello che gli ha sempre consentito di potersi riferire a principi e valori dell’antichità rivisitandoli in chiave moderna, come l’est modus in rebus, che hanno fatto di lui un illuminista rivoluzionario, ma discepolo di Marco Aurelio.

Pur essendo egli, infatti, un acceso fautore dell’antistoricismo, da quel moderato che nelle cose si trovava ad essere, tentò, almeno negli scritti, di estremizzare le tesi illuministe recuperando, attraverso una rinnovata fiducia nella ragione, il primato di categorie ideali quali l’estetica, la morale, il diritto e la politica, quasi in un Olimpo materialista, felice plaga cui l’indefinita perfettibilità dell’uomo è orientata, attraverso una incessante ricerca diretta ad indagare, rinvenire e fare opportuno buon uso dei rimedi a tutti i possibili mali che la Natura, nella sua completezza ed armonia, ha celati in se stessa e, specificamente, nell’uomo.

E’ in questa notazione ottimistica che caratterizza l’illuminismo di Melchiorre Dèlfico che è da ricercarsi il senso nuovo e profondamente rivoluzionario che egli dà al concetto di nobiltà, che egli identifica come concreta espressione di uno degli aspetti che la Rivoluzione francese aveva posto come proprio vessillo, nella solenne proclamazione delle libertà fondamentali dell’individuo.

Napoleone incitava le sue stanche, ma entusiastiche armate, proclamando che nella giberna di ogni soldato c’è il bastone del maresciallo.

L’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge senza distinzioni di ceto e la contestuale affermazione dei principi democratici (divisione dei poteri, sovranità popolare, diritto al’istruzione) davano, dunque, un nuovo, stravolgente ed estremamente percettibile significato al concetto di nobiltà nei tempi nuovi: nobiltà non dei magnanimi lombi – che, da sola, si sarebbe espressa in un indecoroso posizionamento sociale frutto di quel dogmatismo e di quel pregiudizio che l’Illuminismo combatteva in tutte le forme – ma status che ogni uomo deve conquistare da sé, facendo emergere, attraverso i lumi della ragione e la ricerca della verità, tutte quelle alte funzioni che, nello spirito altruistico e di eguaglianza connotato dall’affermazione dei più alti ideali di giustizia e di libertà per tutti, rendono l’uomo nobile in quanto esemplare indicazione di vita e di pensiero per i suoi simili.

 

Palazzo Delfico, Scalone principale

Palazzo Delfico, Scalone principale

Il Tempio civile

Anche il fatto che, per dare l’assetto definitivo alla costruzione iniziata dai suoi predecessori, Melchiorre Dèlfico si sia rivolto proprio a quell’architetto Forti che, nel medesimo periodo, stava realizzando a Teramo il Palazzo dell’Intendenza può essere letto in modo conseguenziale.

Tale scelta, infatti, oltre che costituire riconoscimento delle alte qualità professionale dell’ingegnere Carlo Forti – uno dei progettisti più accreditati dell’antico Regno di Napoli, da lui stesso apprezzato per l’amplissima e solida cultura che lo aveva presto portato ad essere nominato Ingegnere in Capo del Corpo di Ponti e Strade – almeno nei fatti poteva assumere un ben diverso significato che, pur se non esplicitamente dichiarato, è difficile che non sia stato percepito, anche se non apertamente discusso, dai suoi contemporanei.

Il coincidente inizio ed il pressoché parallelo svolgimento dei lavori nei due palazzi, venne infatti a porre in essere una specie di gara, dove la consistente differenza delle somme messe a disposizione dai due committenti – certamente molto più modeste erano quelle messe a disposizione dal Regno di Napoli (che aveva accondisceso alla edificazione allo scopo di conseguire un risparmio per il sempre esausto Erario, sull’elevato costo della pigione corrisposta ai privati proprietari dei palazzi utilizzati come sede dell’Intendente) – dovette giocare un peso rilevante a favore del Palazzo Dèlfico che surclassò certamente, almeno per la dimensione complessiva dell’edificio e la dovizia dei materiali impiegati e degli abbellimenti attuati, il pur splendido Palazzo dell’Intendente.

Quasi che il Nostro volesse simboleggiare e dar prova della prevalenza del privato sul pubblico; volesse dimostrare che la manifestazione del potere riflesso, che promanava dal Palazzo dell’Intendente – così come tutto ciò che traeva origine non dall’in sé dell’uomo, ma dalla tradizione sociale e, soprattutto, da un centro di potere lontano – era ben poca cosa a fronte della manifestazione del potere vero, concreto e sentito come tale dai destinatari.

Non per niente era nella dimensione della piccola e ben governata Repubblica di San Marino – di cui forse dovremmo più consapevolmente quest’anno ricordare la ricorrenza del bicentenario della Storia scritta dal Dèlfico – o in quella degli Stati riformatori del 1700, che il Dèlfico vedeva l’ideale per uno Stato!

E così voleva forse evidenziare come nella evoluzione sociale, a fronte di un potere statuale forte, ma pur sempre lontano, anche se decentrato, avesse la prevalenza il localismo, sicchè era dal suo Palazzo che promanava e veniva, naturalmente e senza sforzo, concretamente veicolato alla Città ed alla società civile come indiscusso punto di riferimento culturale e civile, il giusto senso del potere delle idee, della conoscenza libera e dell’autodeterminazione.

Il suo Palazzo – o, come lo chiama lui, la sua Casa – dunque, mutuando una tecnica di comunicazione già ampiamente collaudata dalla Chiesa col suo pullulare di immagini e simbologie sacre, viene eretto come un laico locus sacer di una entusiastica fede nella trascendentale perfettibilità dell’uomo, tempio di tutti gli uomini connotati della nobiltà loro derivante dall’adesione vissuta proprio a quei principi ed a quei valori che, esplicati e facilitati nei riferimenti mitologici riccamente proposti con marmi e tele, si ponevano come comportamenti ideali ed esemplari cui ognuno, a prescindere dalla nascita e dal censo, se voleva essere decoroso, avrebbe dovuto conformare la sua ricerca di un’alta qualità della vita individuale e sociale che si compendia col termine nobiltà e che il pensiero illuministico aveva iniziato a far intravvedere come meta possibile da raggiungersi da parte di chiunque…ed il Bonaparte ne era l’esempio più fulgido e sicuro!

Palazzo Delfico, Scalone principale

Palazzo Delfico, Scalone principale

 

Il Tempio della cultura

Un antico adagio insegna "dimmi con chi vai e ti dirò che sei". Per conoscere un uomo nel suo intimo più semplicemente e direttamente credo che basti sapere quali sono i suoi libri.

Un altro spiraglio, dunque, dal quale è possibile esplorare il mondo più intimo di Melchiorre Dèlfico è quello offerto dall’ampio e meticoloso elenco dei titoli dei libri dai quali non si è mai discostato, dei libri della sua Biblioteca del sottomano.

Dai circa 750 titoli, traspare prepotente una personalità ricchissima di stimoli e di interessi, la cui ricerca, perseguendo i valori laici del bello, del buono, del tempo, del lavoro e dell’onesto piacere, spazia nei più svariati campi, dalle scienze matematiche e di laboratorio, all’agricoltura ed agli aspetti economici e finanziari connessi; dalla poesia alla letteratura; dagli studi filosofici specifici e di sistema alle opere di sociologia, diritto e scienze della politica, del governo e dello Stato; dai trattati di storia, numismatica e biblioteconomia, a quelli sulla religione, sul mito e sulla morale, senza trascurare le opere più specificatamente dirette alla ricerca esoterica ed alchimistica. Un uomo con una apertura mentale rinascimentale che, rivelando tutta la curiosità della nuova cultura illuministica, abbraccia con eguale intelligente ansia di scoprire, il mondo della Società civile, quello della Natura e quello dello Spirito, e procede, indomito, attraverso i processi, le persecuzioni e gli anni di esilio che si alternavano a periodi di grande successo per le sue idee e di alti riconoscimenti per le sue capacità di uomo, di politico e di statista.

Così, insieme ai trattati sulle nuove conquiste della medicina, alle quali egli è stato fino all’ultimo sempre molto attento e tra cui spicca Examen théorique et pratique de la methode curative du docteur Hahnemann nommée homeopathie che Bigel scrisse nel 1827, possiamo trovare titoli di trattazioni improntate a quella meravigliosa utopia perseguita dall’Illuminismo rivoluzionario – e la cui attuazione era stata già richiamata nella Costituzione americana – che poneva il Governo e lo Stato come strumenti per fare conseguire al popolo la felicità, condizione di vita alla quale tutti hanno eguale diritto ad aspirare: Sorgenti della vera gloria e del potere del governo relative alla felicità dei popoli, di Giuseppe Antelmy, ovvero Riflessioni sulla pubblica felicità relativamente al regno di Napoli, scritto da Giuseppe Palmieri nel 1787, ossia ben due anni prima che scoppiasse la Rivoluzione Francese e l’anno dopo della Rivoluzione Americana!

Spicca, inoltre, per la modernità dell’intuizione sociologica, la Teoria delle leggi della sicurezza sociale di Giovanni Carmignani, interesse che non si disgiunge da altri maggiormente rivolti alle problematiche delle classi più disagiate presi in esame da Briatte nel 1780, col suo Offrande à l’humanitè ou traité sur les causes de la misère en générale, ovvero agli studi sottesi alle modalità di diffusione dei nuovi principi etici e morali nelle classi emergenti dalla post-rivoluzione e dall’impatto dei suoi principi con quelli del secolo precedente ma ancora da adattarsi alle nuove generazioni. Intendiamo riferirci al Cours de morale à l’usage des jeunes demoiselles, scritto da Almaric nel 1808, il cui studio – per lui che aveva approfondito la materia sin da farne oggetto di quello scritto, Indizij di morale, che nel 1775 gli valse la censura ed un processo penale per "setta" e "miscredenza" – avrà certamente fornito materia per uno stimolante confronto intellettuale con le idee portate in più recenti trattati, quali il Rapports du physique et du moral de l’homme, scritto da Pierre Jean Georges Cabanis nel 1805, ed il più classico e conservatore Discorsi scritturali e morali ad utile trattenimento delle monache, e delle sacre vergini che si ritiran dal secolo, scritto da Cesare Calino nel 1735, già allora così lontano nel tempo e nel nuovo comune modo di sentire.

Benché ogni titolo del suo sottomano costituisca un mattone della costruzione della sua nobiltà , certo in qualcuno il riferimento alla sua ricerca è più immediato, come nel L’art de perfectionner l’homme, ou de la medécine spirituelle et morale scritta nel 1809 da Julien Joseph Virey, ovvero, ancora nel volume Du perfectionnement moral, ou de l’éducation de soi même, pubblicato da Joseph Marie Degerando, a Parigi, nel 1824: considerando il tempo che presumibilmente il testo avrà impiegato per giungere alla sua biblioteca, si può pensare che esso abbia rappresentato una specie di viatico all’instancabile ricerca di un ormai ultraottantenne Melchiorre Dèlfico che si avviava alla conclusione (1835).

Palazzo Delfico, Scalone principale

Palazzo Delfico, Scalone principale

Il Tempio della memoria

E’ la stessa tensione alla completezza della conoscenza e dell’istruzione che, riverberata nella poliedricità degli interessi culturali frutto della utopia illuminista posta a base dell’Encyclopédie e della sua entusiastica fede nell’indefinita perfettibilità dell’uomo, si ritrova alla base del contrasto che gli studiosi rinvengono tra l’estremismo quasi radicale delle sue teorie giuridiche e sociali e la grande prudenza che egli ebbe nella attuazione concreta delle stesse. Ciò, come abbiamo visto, ha portato qualcuno a definirlo rivoluzionario nelle idee teoriche ma molto poco animato di spirito giacobino nella pratica.

Tuttavia, ritornando a questo problematico punto del suo profilo, alla luce delle divagazioni ispirate dal volume degli studi così dottamente ordinati ne Il Palazzo Dèlfico, non riesco a sottrarmi alla suggestione di credere che questo aspetto del suo carattere, lungi dal costituirne un difetto, può ragionevolmente essere visto come l’in sé del suo pensiero filosofico, là dove esso afferma che la perfettibilità dell’uomo non coincide necessariamente con il progresso, stante che mentre il progresso richiede il superamento degli schemi precedenti, la perfettibilità li presuppone: la perfettibilità è la ricerca del massimo nell’oggi, mentre il progresso è il guidare verso il domani e le sue nuove perfettibilità.

Pertanto il Nostro, quando nel 1823 si ritirò a Teramo, dopo i fasti della Rivoluzione del 1820, ne aveva di princìpi, valori, messaggi ed indicazioni formative da trasmettere ai suoi contemporanei, rispetto ai quali si sentiva impegnato in una missione educativa che andava dalla formazione individuale, spirituale e sociale, a quella dei sentimenti civili e di appartenenza nazionale: tant’è che è lui il Melchiorre Dèlfico che con altri grandi patrioti del tempo quali Ugo Foscolo, Pellegrino Rossi e Vincenzo Cuoco aveva sottoscritto un fremente appello a Napoleone perché facesse dell’Italia una sola Nazione: Dite, come Iddio alla luce: si faccia l’Italia, e l’Italia si farà.

 

Il Tempio della conoscenza

Eat in posteros Delphica laurus, diceva il motto dello stemma dei Dèlfico: e così è.

Ma, escludendo il riferimento storico che il palazzo ci ha tramandato, tolte le specifiche notizie sulle vicende della vita di Melchiorre Dèlfico come lui la visse, prescindendo dalle impronte da lui lasciate nella storia del nostro Paese e del pensiero illuminista sotteso al nostro Risorgimento e, dunque, alla nostra attualità civile e morale, oggi, tolto tutto ciò, cosa c’è di ancora vivo della grande vitalità altamente espressa da Melchiorre Dèlfico nel corso della sua lunga avventura terrena?

Sappiamo quello che pensò e fece, quello che scrisse, quello che progettò e quello che realizzò, ma tutto ciò – pur essendo eccezionale per la vita di un uomo – basta per rendercelo attuale e farcelo sentire ancora, uno di noi?

Le idee di Melchiorre Dèlfico, oltre che i manufatti che le contengono o le rappresentano, sono ancora vive e possono esserci utili?

Credo di sì, e che il motto della Casa Dèlfico si riferisca non solo alla generazione fisica – che per circostanze le più varie può anche cessare – ma all’idea di cui tale Famiglia era manifestazione e, in particolare, che Melchiorre Dèlfico le assegnò come portato civile della sua nobiltà.

In una società come la nostra nella quale il problema fondamentale che l’uomo si trova ad affrontare è quello di sopravvivere con la sua funzione pensante a fronte di una sempre più incontenibile pressione esercitata dal sistema economico e non livellarsi nel limbo dell’uomo-consumatore incapace di scelte e succubo del conformismo consumistico, il messaggio di Melchiorre Dèlfico suona alto per chi lo sappia cogliere.

Ed è compito che dovrebbe essere sentito forte dai Reggitori della Comunità, quello di mantenere vivo il fuoco che ha bruciato, senza consumarlo, lo spirito rinnovatore ed innovatore di Melchiorre Dèlfico, quale luce per indicare alle giovani generazioni il punto da cui progredire e maturare, aperte al futuro, ma nel rispetto consapevole della tradizione intesa come base di partenza e di riferimento.

Ecco in che cosa Melchiorre Dèlfico è ancora attuale e penso che lo rimarrà per molte generazioni ancora. Egli ha sperimentato nella sua vita un metodo di perfettibilità che poi ha condensato in quella famosa frase-ammonimento scritta all’amico Quartapelle.

Le attitudini e le qualità personali, e le azioni della vita che le concretizzano, debbono essere coltivate e perseguite di pari passo, nel senso che se le une sono preordinate alle seconde, le seconde, senza le prime, sono vane ostentazioni: ergo, per potere agire nobilmente, come si conviene ad ogni uomo, occorre prepararsi maturando la propria personalità in modo adeguato a far sì che l’azione ed il suo risultato possano essere l’espressione del grado stesso di tale maturità: questo significa dare una eticità ed una prospettiva alle azioni, una morale alla storia del progresso civile e morale della società.

Non so, né posso sapere se Melchiorre Dèlfico sia finalmente riuscito a compiere la costruzione della sua casa nel senso che abbiamo argomentato dalla lettera a Berardo Quartapelle: in ogni caso, però, l’atroce dubbio evocato da quel futuro sarà, collegato alla sospensiva essendo finita, ce lo rendono tanto vicino!

Ma in un aspetto, almeno, il futuro ha dato pienamente ragione a Melchiorre Dèlfico: la casa, che Melchiorre Dèlfico voleva decorosa solo per un nobile abitante, oggi, superando ogni frapposta contrarietà, è stata stabilmente destinata a sede della Biblioteca Provinciale a Lui stesso intitolata: la parte più nobile – nel senso illuministico – della società teramana, con grande decoro, la abiterà per il futuro, e la casa finalmente sarà stabilmente quel locus sacer che egli preconizzava.

Rileggendo quell’ogni, sembra quasi che egli si aspettasse che il nobile abitatore potesse essere non solo lui stesso o i suoi discendenti, ma chiunque avesse la necessaria, sufficiente nobiltà!

Ed è fuor di dubbio che sia i conduttori, a tutti i livelli, della Biblioteca, che i lettori e gli utenti della stessa, nel momento che sono tali e per tale solo fatto, riuniscono in sé le caratteristiche della nobiltà cui si riferiva Melchiorre Dèlfico, in quanto protesi a perpetuare, attraverso la conoscenza trasmessa coi libri, la splendida utopia dei livelli sempre più alti di una simultanea perfezione individuale, materiale e sociale, nella ricerca di quella condizione che l’Illuminismo chiamava felicità sociale e che la società di oggi sintetizza nel concetto di alta qualità della vita.

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Queste brevi divagazioni mal si prestavano alla moltiplicazione delle note. Le fonti ed i nostri testi di riferimento, oltre al volume stesso nel quale ci inseriamo, sono evidenti. In ogni caso, le seguenti indicazioni bibliografiche potranno essere utili:

G. Pannella, L. Savorini, Opere Complete di Melchiorre Dèlfico, Teramo, 1904;

B. A. Uspenskij, Semiotica e cultura, Napoli, 1975;

E. Krippendorff, L’arte di non essere governati, Roma, Fazi Editore, 2003;

G. Sola, La teoria delle élites, Bologna, Il Mulino, 2000;

P. Courcelle, Conosci te stesso, da Socrate a San Bernardo, Milano, Vita e pensiero ed., 2001;

P. Hadot, Esercizi spirituali e filosofia antica, Torino, Filosofica Einaudi, 1988;

M. Yourcenar, Il giro della prigione, Milano, Bompiani, 1999;

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