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Visitando qualche anno fa, durante il suo faticoso e
lento restauro, il Palazzo Dèlfico, ricordo
che ne trassi una sensazione forte, ma al momento
indefinibile.
Riguardandolo ora, a restauro completato, la stessa
sensazione si è riproposta, ma meglio delineata. Una
sensazione che si è tradotta nella convinta
impressione che il Palazzo Dèlfico possa
essere letto come un’opera a tema, una di
quelle opere edilizie con le quali si è voluto non
solo utilizzare uno spazio fisico, ma anche –
e soprattutto – significare qualcosa, comunicare
un’idea, anche se in un modo che didascalicamente
fosse già percepibile da tutti ma che nei suoi
significati più alti e specialistici potesse essere
intesa solo da chi sapesse leggerla, perché in grado
di riconoscerne il linguaggio.
Come del resto accade in tutte le grandi opere
edificatorie che abbiano rappresentato per le
generazioni successive un punto di riferimento (se
non addirittura di svolta), anche nel Palazzo
Dèlfico è immediatamente avvertibile la presenza
di un portato, significativo di qualcosa che è
ben più di ciò che mostra in modo esplicito.
Diceva uno Studioso – di cui ho dimenticato il nome,
ma non l’insegnamento – che, quando gli oggetti, i
manufatti e le atmosfere parlano, per
ascoltarli non bastano più gli strumenti della
percezione sensoriale diretta: occorre fare ricorso
a percorsi logici più sofisticati, basati
sull’analogia, sull’allegoria, sul simbolo, sul
significato semantico, su strumenti, insomma, che
mettano in grado la mente di esplorare la Conoscenza
in modo autonomo, andando oltre le dirette
percezioni dei sensi per rielaborarle e
reinterpretarle alla luce di paradigmi attraverso i
quali, faticosamente, rappresentazioni mentali
astratte possano assumere sembianze concrete.
Certo, avventurarsi in questo tipo di approfondite
analisi appartiene ad altri che non a me; ad altri
che, magari avvalendosi di capacità conquistate in
lunghi e defatiganti esercizi del pensiero e della
volontà, siano ben più in grado di percorrere la
delicata, e per certi versi pericolosa, antica via
della conoscenza interiore.
Ma anche l’uomo comune – succubo o protagonista che
sia in un mondo preda del metodo scientifico
e della velocità del calcolo e dell’informazione
propria dell’elettronica – solo che sappia ascoltare
le proprie sensazioni ed il proprio intuito,
aggirandosi per le sale e gli androni del Palazzo
Dèlfico può distintamente percepire – dalle
linee delle dimensioni e delle altezze
dell’edificio, dai volumi dei pieni e dei vuoti,
dall’orientamento delle superfici, delle luci e
degli affacci, interni ed esterni, dal gioco degli
stucchi e delle specchiature degli intonaci, dal
taglio dei corridoi che ritmano le sale ed i saloni
di rappresentanza o padronali e gli altri ambienti
di utilità, dalla ricchezza a volte doviziosa, ma
sempre austeramente composta, dei materiali
impiegati e degli svolazzi artistici – l’immanenza e
la forza della personalità di colui che quel
Palazzo aveva voluto ed ideato nella sua
interezza comprensiva anche delle parti che
sarebbero state completate successivamente alla sua
scomparsa.
La storiografia ci consegna un Melchiorre Dèlfico
dalle molteplici espressioni che ne facevano un
leader del suo tempo: ma in che senso?
Se scorriamo i testi che lo hanno ben presto reso
famoso nel suo tempo, vediamo che essi si rivolgono
principalmente o a contestare il potere – e non solo
quello temporale – della Chiesa (Ricerche sul
vero carattere della giurisprudenza romana e dei
suoi cultori), ovvero a demolire l’impalcatura
stessa della società in quanto radicata in modo
autoreferenziale nella storia (Pensieri sulla
storia e sull’incertezza r l’inutilità della
medesima). Sembra quasi che egli, educato nel
ceto nobiliare e benestante con una moralità
rigorosamente cattolica, aderendo alle nuove idee
illuministiche non si fosse del tutto affrancato
dalle sue radici, che anzi continuavano a
rappresentare per lui una continua battaglia da
vincere, come si desume dal modo per certi versi
giacobino con cui non trascurava occasione per
continuare ad avversarle, quasi per dare prova a se
stesso ed al secolo della sua illuministica
conquistata libertà ed autonomia di pensiero.
In effetti l’incrollabile fiducia nelle possibilità
di progresso indefinito dell’uomo in tutte le
direzioni dello scibile, propria del Dèlfico
illuminista, mentre trova le sue forme
organizzatorie ed espressive nell’Enciclopedia,
affonda certamente le sue radici nella formazione
cristiana che il Dèlfico a suo tempo aveva ricevuta
e che lo impegnava ad adoperarsi senza risparmio in
favore del prossimo e della elevazione della sua
condizione di vita.
Ma anche in questo caso – come in altri dove,
secondo la storiografia ufficiale, alla dichiarata
intenzione giacobina non corrispose poi un’eguale
intransigenza nell’attuazione – si può
ragionevolmente ritenere che, almeno in un aspetto,
le nuove idee illuministiche del Dèlfico trovarono
un confluente sostegno nella sua formazione di base:
intendo riferirmi all’impegno che il messaggio
evangelico richiede ai credenti – e che, per
l’educazione ricevuta, egli doveva avere assorbito
quasi a livello di DNA culturale – di adoperarsi
senza risparmio in favore del prossimo e della
elevazione della sua condizione di vita.
In questo principio cristiano potrebbe dunque
rinvenirsi la motivazione profonda di quel suo
costante impegno al miglioramento della società che
egli dovette sentire forte dentro di sé, anche
mentre lo riorientava su un piano squisitamente
laico.
Sono i frutti di questo felice e, forse, nemmeno
avvertito connubio che hanno caratterizzato per
Melchiorre Dèlfico il modo effettivamente di essere
leader del suo tempo, indiscusso anche dai suoi
nemici politici: tale certamente egli aveva la
stoffa del leader, lo era, si sentiva di
esserlo e, come tale, si è sempre comportato,
sentendo come suo dovere l’essere guida ad esempio
per avviare suoi contemporanei nel secolo dei
lumi.
Del resto, che la componente didascalica, quasi da
Pigmalione, fosse presente nella personalità del
Nostro lo si può desumere dalla eterogenea varietà
dei temi trattati nei suoi scritti, con i quali si
era conquistato un posto di assoluto rilievo nella
cultura del suo tempo. Come emerge chiaramente dal
fil rouge che fa unità dei diversi profili di
studio presenti nel volume Il Palazzo Dèlfico,
in questa altruistica dimensione la leadership
di Melchiorre Dèlfico si rivolse a coprire tutti i
più salienti aspetti del rapporto sociale.
In primis, potremmo dire che egli, con la sua
vita, abbia proposto se stesso come personaggio cui
i suoi contemporanei potessero riferirsi con
rispetto per la sua posizione sociale e per gli
altri riconoscimenti conseguiti, con gratitudine ed
ammirazione per le sue realizzazioni e per le sue
azioni.
Inoltre, e non secondariamente, le carte ci
dicono che egli pose grande cura perché la sua vita
ed il suo agire nel mondo della cultura filosofica,
politica e sociale, sempre improntati a testimoniare
le sue idee di uomo, libero tra gli uomini che
voleva liberi, eguali ed affratellati, potessero
rappresentare un esempio da seguire.
In conclusione, lo sforzo di finalizzare l’operato
ad una esemplarità, così sempre presente in
Melchiorre Dèlfico, ci induce a ritenere che egli,
oltre che alla sua stessa vita, abbia affidato, il
suo più importante messaggio ideologico e spirituale
non tanto alla concretezza dei suoi scritti, quanto
alla materialità, non meno didascalica, dei simboli
e dei significati che, nel suo palazzo, egli
inverò con gli episodi mitologici, rappresentati
nelle statue e nelle immagini dei dipinti.
Essi, infatti, sono evidentemente stati scelti, non
solo per abbellire, secondo il gusto dell’epoca, gli
ambienti, ma anche per rappresentare quasi una
carta comune dei valori sociali ed individuali,
ad illustrare comportamenti ideali e massime di vita
cui conformarsi e che, in ogni caso, ognuno avrebbe
dovuto tenere presenti nelle scelte cruciali sottese
all’iter do perfettibilità che si deve
percorrere per potere conseguire quei livelli di
nobiltà e di decoro che il Dèlfico egli riteneva
congeniali alla natura umana.
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Palazzo Delfico, Sala delle Allegorie |
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Il Tempio domestico
Sfogliando il volume in cerca di conferma di tal
possibilità, è lo stesso Melchiorre Dèlfico a
fornirci una chiave di lettura del profondo
significato che egli attribuiva all’opera
edificatoria del palazzo: il 23 marzo del
1790, in una lettera all’abate, suo fraterno amico e
sodale nella Rinascenza Teramana, Berardo
Quartapelle, il Nostro così si espresse:
"La casa di nostra abitazione, essendo finita,
sarà decorosa per ogni nobile abitatore".
Oggi potremmo facilmente intendere questa frase come
esprimono espressione della compiaciuta previsione
dell’ormai prossimo esito felice di una intrapresa
edilizia che ben si colloca nel rapporto di intimità
amicale che legava i due.
Tuttavia, inquadrandola nella mentalità e nella
cultura settecentesca, in cui il vero della
comunicazione, quando non travisato dall’arguzia
dell’espressione, spesso si celava in epigrammi,
sciarade, giochi di parole e significati simbolici e
sottintesi – Mozart il 30 settembre 1791 –
presentava il suo Flauto Magico!
Da quella comunicazione epistolare potrebbe essere
tratto un significato totalmente diverso e ben più
ricco di suggestioni. Addirittura essa potrebbe
letta come latrice di un messaggio complesso tra
persone che ben si capivano, al di là delle parole;
di un messaggio che si poneva – e si pone – come
ammonimento per chi avesse voluto abitare la
casa, allorché ne fosse stata completata
l’edificazione.
Proseguendo in questo intrigante gioco
interpretativo, prima di tutto si nota che nella
frase è usato il termine casa e non quello di
palazzo o dimora o altri simili
sostantivi. Ciò, letto nel contesto, ci induce
ragionevolmente a pensare che il Nostro ha inteso
connotare l’immobile non per la sua struttura
fisica, bensì, per la sua funzione di luogo
qualificato ad essere lo spazio chiuso e protetto
entro cui si svolge la vita di una unità umana,
con tutto quello che a ciò consegue: la casa
è il luogo dove la sacertà della famiglia si esprime
ed esercita le sue funzioni di riprodurre il ceppo
umano nella continuità dello sviluppo civile della
sua perfettibilità.
A ben vedere, anche gli aggettivi riferiti alla
casa, la compiutezza e la decorosità
che a prima vista possono essere presi per semplici
qualificativi del sostantivo, nella lettura
finalizzata che ci proponiamo emergono come chiavi
interpretative in quanto costituiscono gli attributi
propri della sacertà della casa.
La caratteristica della compiutezza sembra
preordinata ad ampliare al massimo il significato
totalizzante del vocabolo chiamato ad indicare che è
stato raggiunto il punto massimo di perfezione
dell’evento, il punto di svolta dopo il quale la
realtà sarà definitivamente diversa. Un
momento tombale, per tutto quello che precede
e di inizio per un futuro nuovo e necessariamente
diverso.
Ciò può significare che, giusto come prescritto
dalla saggezza antica, essendo che ogni azione
dell’uomo corrisponde ad una avvenuta o contestuale
sua modificazione interiore, l’edificazione
compiuta cui si riferisce la frase, non è tanto
quella della materialità del manufatto – anch’essa
rilevante, tuttavia, perché solo dal momento in cui
è completata, la costruzione può assumere tutte le
più importanti qualificazioni che le sono proprie –
quanto quella della contemporanea edificazione
interiore che il costruttore medesimo deve
conseguire attraverso un perfezionamento individuale
che, accompagnandosi a quello materiale
dell’edificio, deve farlo pervenire a quell’elevato
livello di intrinseca nobiltà, solo con il
raggiungimento del quale l’edificazione può
considerarsi compiuta.
Questa chiave di lettura ci porta a pensare che,
dunque, il Nostro doveva considerare l’edificazione
della casa come un rito nel quale i
piani dell’evidenza materiale e quelli dello spirito
si univano armonizzandosi. Così che, se sul piano
materiale e dell’evidenza l’edificazione avveniva
con la meditata ed organizzata occupazione ed
utilizzazione di un più o meno ampio spazio fisico,
molto più efficacemente l’edificazione doveva agire
sul piano spirituale del costruttore.
Similmente, l’accertamento del possesso del secondo
degli attributi della casa, ossia del decoro,
attiene ad una duplice verifica, quella esteriore,
sulla decorosità civile del comportamento di vita, e
quella interiore, sul fatto che tale
comportamento sia effettivamente frutto manifesto
della avvenuta positiva, unitaria e contemporanea
conclusione della edificazione, di quella
materiale, edilizia e di quella spirituale,
interiore.
In questa, all’apparenza, semplice comunicazione
epistolare possiamo scorgere, dunque, l’uomo, il
filosofo, ed il pater familias Melchiorre
Dèlfico che, in una espressione unitaria, detta la
Regola di quella specie di laico Cenobio
che lui riteneva dovesse essere la casa di nostra
abitazione. Egli, infatti, nel mentre fissa una
stretta interdipendenza tra il decus, inteso
come la liceità sociale dell’abitare in siffatta
dimora, e le qualità personali richieste agli
abitatori, nel concreto prescrive che questi devono
essere dotati delle alte qualità che connotano la
nobiltà in tutte le sue accezioni, qualità delle
quali potevano considerarsi in possesso solo se la
costruzione materiale fosse stata la manifestazione
esteriore della edificazione interiore
contemporaneamente realizzata.
A contrario, la Regola pone un
divieto, la cui inosservanza fa venir meno la
sacertà stessa del luogo e rende il dimorare nel
palazzo vanamente ostensivo e certamente
sconveniente e non decorso: vien da pensare al
Miracolo delle noci, di manzoniana memoria.
Per altri versi, poi, nella frase si può anche
leggere una confessione resa all’amico fraterno,là
dove indirettamente viene dato atto del fatto che
l’opera, di cui già si possono intravvedere le
caratteristiche, tuttavia nel suo più ampio
significato non è ancora conclusa. E si può
intravvedere un’ombra di tristezza nell’uso del
tempo futuro – sarà – che lascia prevedere
ancora lunghi anni di lavoro, di preparazione e di
perfezionamento, sia materiale che personale: quel
momento di sublime sconforto così acutamente
colto e sviluppato da Marguerite Yourcenar ne
L’opera al nero.
Questo argomentare, seppur nei limiti della
credibilità che oggi viene riservata all’analogia,
si fonda sulla comunemente accettata verità storica
che descrive Melchiorre Dèlfico come un uomo in cui
il senso della responsabilità morale era molto vivo.
Il che, unito alla sua vasta curiosità culturale che
lo portava ad avere ed a ricercare sempre modi nuovi
di conoscenza alla quale attingere, rende più che
credibile poter leggere tra le righe della sua
lettera all’amico Quartapelle, la sua ansia di
confrontarsi e di esaminarsi, valutando, alla luce
della aderenza ai principi ed ai valori conquistati,
l’adeguatezza della sua azione nella ricerca di un
conoscere se stesso che, da principio di vita
individuale, sentiva di dovere elevare a principio
di vita della comunità, indicandolo ai suoi
contemporanei come esempio e via per la conquista di
quella felicità sociale di cui tanto
parlavano i principi rivoluzionari che si andavano
diffondendo.
Ma la capacità di rottura con gli schemi del passato
che appare evidente nelle Ricerche sul vero
carattere della giurisprudenza romana e dei suoi
cultori, o nei Pensieri sulla storia e
sull’incertezza e inutilità della medesima, come
abbiamo visto rivela un suo limite, possiamo dire
caratteriale, che tuttavia è quello che gli ha
sempre consentito di potersi riferire a principi e
valori dell’antichità rivisitandoli in chiave
moderna, come l’est modus in rebus, che hanno
fatto di lui un illuminista rivoluzionario, ma
discepolo di Marco Aurelio.
Pur essendo egli, infatti, un acceso fautore
dell’antistoricismo, da quel moderato che nelle cose
si trovava ad essere, tentò, almeno negli scritti,
di estremizzare le tesi illuministe recuperando,
attraverso una rinnovata fiducia nella ragione, il
primato di categorie ideali quali l’estetica, la
morale, il diritto e la politica, quasi in un Olimpo
materialista, felice plaga cui l’indefinita
perfettibilità dell’uomo è orientata, attraverso una
incessante ricerca diretta ad indagare, rinvenire e
fare opportuno buon uso dei rimedi a tutti i
possibili mali che la Natura, nella sua completezza
ed armonia, ha celati in se stessa e,
specificamente, nell’uomo.
E’ in questa notazione ottimistica che
caratterizza l’illuminismo di Melchiorre Dèlfico che
è da ricercarsi il senso nuovo e profondamente
rivoluzionario che egli dà al concetto di nobiltà,
che egli identifica come concreta espressione di uno
degli aspetti che la Rivoluzione francese aveva
posto come proprio vessillo, nella solenne
proclamazione delle libertà fondamentali
dell’individuo.
Napoleone incitava le sue stanche, ma entusiastiche
armate, proclamando che nella giberna di ogni
soldato c’è il bastone del maresciallo.
L’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla
legge senza distinzioni di ceto e la contestuale
affermazione dei principi democratici (divisione dei
poteri, sovranità popolare, diritto al’istruzione)
davano, dunque, un nuovo, stravolgente ed
estremamente percettibile significato al concetto di
nobiltà nei tempi nuovi: nobiltà non dei
magnanimi lombi – che, da sola, si sarebbe
espressa in un indecoroso posizionamento sociale
frutto di quel dogmatismo e di quel pregiudizio che
l’Illuminismo combatteva in tutte le forme – ma
status che ogni uomo deve conquistare da sé,
facendo emergere, attraverso i lumi della ragione e
la ricerca della verità, tutte quelle alte funzioni
che, nello spirito altruistico e di eguaglianza
connotato dall’affermazione dei più alti ideali di
giustizia e di libertà per tutti, rendono l’uomo
nobile in quanto esemplare indicazione di vita e
di pensiero per i suoi simili.
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Palazzo Delfico, Scalone principale |
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Il Tempio civile
Anche il fatto che, per dare l’assetto definitivo
alla costruzione iniziata dai suoi predecessori,
Melchiorre Dèlfico si sia rivolto proprio a
quell’architetto Forti che, nel medesimo periodo,
stava realizzando a Teramo il Palazzo
dell’Intendenza può essere letto in modo
conseguenziale.
Tale scelta, infatti, oltre che costituire
riconoscimento delle alte qualità professionale
dell’ingegnere Carlo Forti – uno dei progettisti più
accreditati dell’antico Regno di Napoli, da lui
stesso apprezzato per l’amplissima e solida cultura
che lo aveva presto portato ad essere nominato
Ingegnere in Capo del Corpo di Ponti e Strade –
almeno nei fatti poteva assumere un ben diverso
significato che, pur se non esplicitamente
dichiarato, è difficile che non sia stato percepito,
anche se non apertamente discusso, dai suoi
contemporanei.
Il coincidente inizio ed il pressoché parallelo
svolgimento dei lavori nei due palazzi, venne
infatti a porre in essere una specie di gara,
dove la consistente differenza delle somme messe a
disposizione dai due committenti – certamente molto
più modeste erano quelle messe a disposizione dal
Regno di Napoli (che aveva accondisceso alla
edificazione allo scopo di conseguire un risparmio
per il sempre esausto Erario, sull’elevato costo
della pigione corrisposta ai privati proprietari dei
palazzi utilizzati come sede dell’Intendente) –
dovette giocare un peso rilevante a favore del
Palazzo Dèlfico che surclassò certamente, almeno
per la dimensione complessiva dell’edificio e la
dovizia dei materiali impiegati e degli abbellimenti
attuati, il pur splendido Palazzo dell’Intendente.
Quasi che il Nostro volesse simboleggiare e dar
prova della prevalenza del privato sul
pubblico; volesse dimostrare che la
manifestazione del potere riflesso, che
promanava dal Palazzo dell’Intendente – così come
tutto ciò che traeva origine non dall’in sé
dell’uomo, ma dalla tradizione sociale e,
soprattutto, da un centro di potere lontano –
era ben poca cosa a fronte della manifestazione del
potere vero, concreto e sentito come tale dai
destinatari.
Non per niente era nella dimensione della piccola e
ben governata Repubblica di San Marino – di cui
forse dovremmo più consapevolmente quest’anno
ricordare la ricorrenza del bicentenario della
Storia scritta dal Dèlfico – o in quella degli Stati
riformatori del 1700, che il Dèlfico vedeva l’ideale
per uno Stato!
E così voleva forse evidenziare come nella
evoluzione sociale, a fronte di un potere statuale
forte, ma pur sempre lontano, anche se decentrato,
avesse la prevalenza il localismo, sicchè era
dal suo Palazzo che promanava e veniva, naturalmente
e senza sforzo, concretamente veicolato alla Città
ed alla società civile come indiscusso punto di
riferimento culturale e civile, il giusto senso del
potere delle idee, della conoscenza libera e
dell’autodeterminazione.
Il suo Palazzo – o, come lo chiama lui, la
sua Casa – dunque, mutuando una tecnica di
comunicazione già ampiamente collaudata dalla
Chiesa col suo pullulare di immagini e
simbologie sacre, viene eretto come un laico
locus sacer di una entusiastica fede nella
trascendentale perfettibilità dell’uomo, tempio di
tutti gli uomini connotati della nobiltà loro
derivante dall’adesione vissuta proprio a quei
principi ed a quei valori che, esplicati e
facilitati nei riferimenti mitologici riccamente
proposti con marmi e tele, si ponevano come
comportamenti ideali ed esemplari cui ognuno, a
prescindere dalla nascita e dal censo, se voleva
essere decoroso, avrebbe dovuto conformare la
sua ricerca di un’alta qualità della vita
individuale e sociale che si compendia col termine
nobiltà e che il pensiero illuministico aveva
iniziato a far intravvedere come meta possibile da
raggiungersi da parte di chiunque…ed il Bonaparte ne
era l’esempio più fulgido e sicuro!
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Palazzo Delfico, Scalone principale |
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Il Tempio della cultura
Un antico adagio insegna "dimmi con chi vai e ti
dirò che sei". Per conoscere un uomo nel suo intimo
più semplicemente e direttamente credo che basti
sapere quali sono i suoi libri.
Un altro spiraglio, dunque, dal quale è possibile
esplorare il mondo più intimo di Melchiorre Dèlfico
è quello offerto dall’ampio e meticoloso elenco dei
titoli dei libri dai quali non si è mai discostato,
dei libri della sua Biblioteca del sottomano.
Dai circa 750 titoli, traspare prepotente una
personalità ricchissima di stimoli e di interessi,
la cui ricerca, perseguendo i valori laici del
bello, del buono, del tempo, del lavoro e
dell’onesto piacere, spazia nei più svariati campi,
dalle scienze matematiche e di laboratorio,
all’agricoltura ed agli aspetti economici e
finanziari connessi; dalla poesia alla letteratura;
dagli studi filosofici specifici e di sistema alle
opere di sociologia, diritto e scienze della
politica, del governo e dello Stato; dai trattati di
storia, numismatica e biblioteconomia, a quelli
sulla religione, sul mito e sulla morale, senza
trascurare le opere più specificatamente dirette
alla ricerca esoterica ed alchimistica. Un uomo con
una apertura mentale rinascimentale che, rivelando
tutta la curiosità della nuova cultura
illuministica, abbraccia con eguale intelligente
ansia di scoprire, il mondo della Società civile,
quello della Natura e quello dello Spirito, e
procede, indomito, attraverso i processi, le
persecuzioni e gli anni di esilio che si alternavano
a periodi di grande successo per le sue idee e di
alti riconoscimenti per le sue capacità di uomo, di
politico e di statista.
Così, insieme ai trattati sulle nuove conquiste
della medicina, alle quali egli è stato fino
all’ultimo sempre molto attento e tra cui spicca
Examen théorique et pratique de la methode curative
du docteur Hahnemann nommée homeopathie che
Bigel scrisse nel 1827, possiamo trovare titoli di
trattazioni improntate a quella meravigliosa utopia
perseguita dall’Illuminismo rivoluzionario – e la
cui attuazione era stata già richiamata nella
Costituzione americana – che poneva il Governo e lo
Stato come strumenti per fare conseguire al popolo
la felicità, condizione di vita alla quale
tutti hanno eguale diritto ad aspirare: Sorgenti
della vera gloria e del potere del governo relative
alla felicità dei popoli, di Giuseppe Antelmy,
ovvero Riflessioni sulla pubblica felicità
relativamente al regno di Napoli, scritto da
Giuseppe Palmieri nel 1787, ossia ben due anni prima
che scoppiasse la Rivoluzione Francese e l’anno dopo
della Rivoluzione Americana!
Spicca, inoltre, per la modernità dell’intuizione
sociologica, la Teoria delle leggi della
sicurezza sociale di Giovanni Carmignani,
interesse che non si disgiunge da altri maggiormente
rivolti alle problematiche delle classi più
disagiate presi in esame da Briatte nel 1780, col
suo Offrande à l’humanitè ou traité sur les
causes de la misère en générale, ovvero agli
studi sottesi alle modalità di diffusione dei nuovi
principi etici e morali nelle classi emergenti dalla
post-rivoluzione e dall’impatto dei suoi principi
con quelli del secolo precedente ma ancora da
adattarsi alle nuove generazioni. Intendiamo
riferirci al Cours de morale à l’usage des jeunes
demoiselles, scritto da Almaric nel 1808, il cui
studio – per lui che aveva approfondito la materia
sin da farne oggetto di quello scritto, Indizij
di morale, che nel 1775 gli valse la censura ed
un processo penale per "setta" e "miscredenza" –
avrà certamente fornito materia per uno stimolante
confronto intellettuale con le idee portate in più
recenti trattati, quali il Rapports du physique
et du moral de l’homme, scritto da Pierre Jean
Georges Cabanis nel 1805, ed il più classico e
conservatore Discorsi scritturali e morali ad
utile trattenimento delle monache, e delle sacre
vergini che si ritiran dal secolo, scritto da
Cesare Calino nel 1735, già allora così lontano nel
tempo e nel nuovo comune modo di sentire.
Benché ogni titolo del suo sottomano costituisca un
mattone della costruzione della sua nobiltà , certo
in qualcuno il riferimento alla sua ricerca è più
immediato, come nel L’art de perfectionner l’homme,
ou de la medécine spirituelle et morale scritta
nel 1809 da Julien Joseph Virey, ovvero, ancora nel
volume Du perfectionnement moral, ou de l’éducation
de soi même, pubblicato da Joseph Marie
Degerando, a Parigi, nel 1824: considerando il tempo
che presumibilmente il testo avrà impiegato per
giungere alla sua biblioteca, si può pensare che
esso abbia rappresentato una specie di viatico
all’instancabile ricerca di un ormai ultraottantenne
Melchiorre Dèlfico che si avviava alla conclusione
(1835).
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Palazzo Delfico, Scalone principale |
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Il Tempio della memoria
E’ la stessa tensione alla completezza della
conoscenza e dell’istruzione che, riverberata nella
poliedricità degli interessi culturali frutto della
utopia illuminista posta a base dell’Encyclopédie
e della sua entusiastica fede nell’indefinita
perfettibilità dell’uomo, si ritrova alla base del
contrasto che gli studiosi rinvengono tra
l’estremismo quasi radicale delle sue teorie
giuridiche e sociali e la grande prudenza che egli
ebbe nella attuazione concreta delle stesse. Ciò,
come abbiamo visto, ha portato qualcuno a definirlo
rivoluzionario nelle idee teoriche ma molto poco
animato di spirito giacobino nella pratica.
Tuttavia, ritornando a questo problematico punto del
suo profilo, alla luce delle divagazioni
ispirate dal volume degli studi così dottamente
ordinati ne Il Palazzo Dèlfico, non riesco a
sottrarmi alla suggestione di credere che questo
aspetto del suo carattere, lungi dal costituirne un
difetto, può ragionevolmente essere visto come
l’in sé del suo pensiero filosofico, là dove
esso afferma che la perfettibilità dell’uomo non
coincide necessariamente con il progresso, stante
che mentre il progresso richiede il superamento
degli schemi precedenti, la perfettibilità li
presuppone: la perfettibilità è la ricerca del
massimo nell’oggi, mentre il progresso è il guidare
verso il domani e le sue nuove perfettibilità.
Pertanto il Nostro, quando nel 1823 si ritirò a
Teramo, dopo i fasti della Rivoluzione del 1820, ne
aveva di princìpi, valori, messaggi ed indicazioni
formative da trasmettere ai suoi contemporanei,
rispetto ai quali si sentiva impegnato in una
missione educativa che andava dalla formazione
individuale, spirituale e sociale, a quella dei
sentimenti civili e di appartenenza nazionale:
tant’è che è lui il Melchiorre Dèlfico che con altri
grandi patrioti del tempo quali Ugo Foscolo,
Pellegrino Rossi e Vincenzo Cuoco aveva sottoscritto
un fremente appello a Napoleone perché facesse
dell’Italia una sola Nazione: Dite, come Iddio
alla luce: si faccia l’Italia, e l’Italia si farà.
Il Tempio della conoscenza
Eat in posteros Delphica laurus, diceva il
motto dello stemma dei Dèlfico: e così è.
Ma, escludendo il riferimento storico che il palazzo
ci ha tramandato, tolte le specifiche notizie sulle
vicende della vita di Melchiorre Dèlfico come lui la
visse, prescindendo dalle impronte da lui lasciate
nella storia del nostro Paese e del pensiero
illuminista sotteso al nostro Risorgimento e,
dunque, alla nostra attualità civile e morale, oggi,
tolto tutto ciò, cosa c’è di ancora vivo della
grande vitalità altamente espressa da Melchiorre
Dèlfico nel corso della sua lunga avventura terrena?
Sappiamo quello che pensò e fece, quello che
scrisse, quello che progettò e quello che realizzò,
ma tutto ciò – pur essendo eccezionale per la vita
di un uomo – basta per rendercelo attuale e farcelo
sentire ancora, uno di noi?
Le idee di Melchiorre Dèlfico, oltre che i manufatti
che le contengono o le rappresentano, sono ancora
vive e possono esserci utili?
Credo di sì, e che il motto della Casa Dèlfico si
riferisca non solo alla generazione fisica – che per
circostanze le più varie può anche cessare – ma
all’idea di cui tale Famiglia era manifestazione e,
in particolare, che Melchiorre Dèlfico le assegnò
come portato civile della sua nobiltà.
In una società come la nostra nella quale il
problema fondamentale che l’uomo si trova ad
affrontare è quello di sopravvivere con la sua
funzione pensante a fronte di una sempre più
incontenibile pressione esercitata dal sistema
economico e non livellarsi nel limbo
dell’uomo-consumatore incapace di scelte e succubo
del conformismo consumistico, il messaggio di
Melchiorre Dèlfico suona alto per chi lo sappia
cogliere.
Ed è compito che dovrebbe essere sentito forte dai
Reggitori della Comunità, quello di mantenere vivo
il fuoco che ha bruciato, senza consumarlo,
lo spirito rinnovatore ed innovatore di Melchiorre
Dèlfico, quale luce per indicare alle giovani
generazioni il punto da cui progredire e maturare,
aperte al futuro, ma nel rispetto consapevole della
tradizione intesa come base di partenza e di
riferimento.
Ecco in che cosa Melchiorre Dèlfico è ancora attuale
e penso che lo rimarrà per molte generazioni ancora.
Egli ha sperimentato nella sua vita un metodo di
perfettibilità che poi ha condensato in quella
famosa frase-ammonimento scritta all’amico
Quartapelle.
Le attitudini e le qualità personali, e le azioni
della vita che le concretizzano, debbono essere
coltivate e perseguite di pari passo, nel senso che
se le une sono preordinate alle seconde, le seconde,
senza le prime, sono vane ostentazioni: ergo,
per potere agire nobilmente, come si conviene
ad ogni uomo, occorre prepararsi maturando la
propria personalità in modo adeguato a far sì che
l’azione ed il suo risultato possano essere
l’espressione del grado stesso di tale maturità:
questo significa dare una eticità ed una prospettiva
alle azioni, una morale alla storia del progresso
civile e morale della società.
Non so, né posso sapere se Melchiorre Dèlfico sia
finalmente riuscito a compiere la costruzione
della sua casa nel senso che abbiamo
argomentato dalla lettera a Berardo Quartapelle: in
ogni caso, però, l’atroce dubbio evocato da quel
futuro sarà, collegato alla sospensiva essendo
finita, ce lo rendono tanto vicino!
Ma in un aspetto, almeno, il futuro ha dato
pienamente ragione a Melchiorre Dèlfico: la casa,
che Melchiorre Dèlfico voleva decorosa solo
per un nobile abitante, oggi, superando ogni
frapposta contrarietà, è stata stabilmente destinata
a sede della Biblioteca Provinciale a Lui stesso
intitolata: la parte più nobile – nel senso
illuministico – della società teramana, con grande
decoro, la abiterà per il futuro, e la
casa finalmente sarà stabilmente quel locus
sacer che egli preconizzava.
Rileggendo quell’ogni, sembra quasi che egli
si aspettasse che il nobile abitatore potesse
essere non solo lui stesso o i suoi discendenti, ma
chiunque avesse la necessaria, sufficiente
nobiltà!
Ed è fuor di dubbio che sia i conduttori, a
tutti i livelli, della Biblioteca, che i lettori e
gli utenti della stessa, nel momento che sono tali e
per tale solo fatto, riuniscono in sé le
caratteristiche della nobiltà cui si riferiva
Melchiorre Dèlfico, in quanto protesi a perpetuare,
attraverso la conoscenza trasmessa coi libri, la
splendida utopia dei livelli sempre più alti di una
simultanea perfezione individuale, materiale e
sociale, nella ricerca di quella condizione che
l’Illuminismo chiamava felicità sociale e che
la società di oggi sintetizza nel concetto di
alta qualità della vita. |